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3.1. Pubblico e privato nello spazio urbano medievale: espropri, normative e regimi di appropriazione
Coordinatori: Sara Menzinger (Università degli Studi Roma Tre); Giuliano Milani (Université Gustave Eiffel, Paris); Massimo Vallerani (Università di Torino)
Email: sara.menzinger@uniroma3.it; giuliano.milani@univ-eiffel.fr; massimo.vallerani@unito.it
Descrizione sessione
La dicotomia tra spazio pubblico e spazio privato costituisce uno dei nodi interpretativi più fecondi della storia urbana medievale. Lungi dall’essere categorie fisse e universali, le nozioni di res publica e proprietà privata si definirono attraverso un continuo processo di negoziazione politica e sociale, che variò sensibilmente da città a città e nel corso dei secoli.x000D La call intende attrarre relazioni su ricerche che esplorino queste tensioni nelle città medievali europee, affrontando temi quali l’evoluzione dei conflitti tra interessi privati e prerogative collettive; i differenti regimi di appropriazione di beni e spazi urbani; lo sviluppo di concezioni di inappropriabilità dei beni pubblici – come le mura cittadine – ; le interferenze tra spazi pubblici e spazi sacri; le forme di affermazione del decoro urbano; la redazione di norme che definiscono la pubblicità dello spazio o che regolano ciò che è consentito o vietato al suo interno; l’identificazione dei confini che separano il pubblico dal privato, e le forme attraverso le quali tali confini vengono infranti o, al contrario, difesi e preservati; la normativa e l’amministrazione sui beni dei banditi nei comuni italiani del Due e Trecento, con particolare attenzione alla distruzione delle case cittadine e alla loro conversione in spazio pubblico, nonché alle strategie attraverso le quali i banditi e i loro familiari cercavano di contrastare la publicatio dei beni confiscati e di reintegrarli nella linea della trasmissione familiare.
3.2. Pecunia non olet: forme e rappresentazioni dell’architettura del debito
Coordinatori: Fabio Gigone (University of Copenhagen); Angela Gigliotti (OST – Ostschweizer Fachhochschule)
Email: gi@teol.ku.dk; angela.gigliotti@ost.ch
Descrizione sessione
Nelle società capitalistiche contemporanee, il debito emerge come una delle forze più pervasive nel plasmare la vita di stati, istituzioni e individui. L’architettura può essere intesa come un dispositivo materiale del debito: essa traduce obbligazioni astratte in relazioni spaziali di potere. Prodotto all’interno – e al tempo stesso produttivo – di regimi di indebitamento, l’ambiente costruito mobilita strategie estetiche e formali che rendono operative e legittime specifiche configurazioni del capitalismo. In quanto fenomeno transculturale, il debito non è mai stato storicamente confinato alla sfera economica. Precedendo i sistemi finanziari moderni, esso è stato a lungo inscritto in quadri religiosi, morali e socio-politici. Dalle società antiche alle teologie medievali, il debito ha operato sia come meccanismo economico sia come costrutto simbolico, contribuendo a plasmare gerarchie, legami sociali e immaginari collettivi. La sua ambivalenza persiste: sul piano morale, esso segnala gratitudine (Benveniste, 2016) e obbligazione (Mauss, 1923); sul piano teologico, afferma la fede (2 Cor 6,10) mentre maschera lo sfruttamento (Mt 18,25-35); il debito è centrale nelle democrazie moderne (Ferguson, 2008) e fondativo nella storia economica globale (Stasavage, 2003). Tuttavia, la storia dell’architettura ha raramente affrontato il debito come categoria analitica, al di là degli edifici che ospitano istituzioni finanziarie. Questa sessione intende esplorare come il fenomeno multiforme del debito abbia plasmato le configurazioni architettoniche e urbane nella prima età moderna su scala globale (XIII-XIX secolo). In che modo i sistemi di credito, obbligazione ed economia morale hanno informato la progettazione, la costruzione e la manutenzione degli edifici? In quali modi le concezioni religiose del debito si sono materializzate nelle forme di governo urbano? In che misura i regimi di debito pubblico e privato hanno contribuito ai processi di reinvestimento urbano, alle pratiche immobiliari e all’ordinamento spaziale? Quali strategie spaziali o quali cerimoniali urbani sono stati elaborati per l’estinzione o la redenzione del debito? Invitiamo contributi che esaminino l’architettura sia come fenomeno materiale sia come luogo simbolico dell’indebitamento, mettendo in luce come il debito abbia operato quale forza spaziale nel plasmare immaginari urbani e costrutti architettonici attraverso differenti contesti confessionali e politici.
3.3. Conflitti sulla proprietà e sugli alloggi nelle città europee della prima età moderna (XVI-XIX secolo)
Coordinatori: Daniel Mena Acevedo (Universidade of Santiago de Compostela/Sorbonne Université); Ana María Coll Coll (Universitat de les Illes Balears)
Email: danielsteven.mena.acevedo@usc.es; anamaria.coll@uib.es
Descrizione sessione
Le case urbane racchiudono una storia di tensioni e conflitti fondamentali per comprendere le relazioni familiari e di vicinato, le condizioni di vita, le disuguaglianze sociali, le dinamiche di arricchimento e decadenza, l’impatto delle congiunture economiche e la portata dell’intervento del potere politico. In questo senso, le liti per eredità, le denunce derivanti da attività costruttive, i conflitti per gli sfratti tra inquilini e proprietari o le confische di beni, tra gli altri, consentono di integrare questi scontri della vita urbana nell’analisi storica, dai più quotidiani ai più eccezionali, identificandone le cause, le conseguenze e le vie di risoluzione. I borghi e le città europee di epoca moderna offrono un’ampia diversità di contesti demografici, sociali, economici, politici e giuridici. Di conseguenza, le forme di appropriazione e occupazione degli spazi residenziali, così come i conflitti che hanno suscitato, presentano caratteristiche specifiche, pur condividendo elementi comuni. Il nostro interesse si concentra, pertanto, nel comprendere i conflitti legati alla proprietà e all’abitazione da una prospettiva internazionale e comparata, al fine di identificare interessi, circostanze e soluzioni condivise. D’altra parte, questo panel intende promuovere una riflessione metodologica e critica sulle fonti disponibili in ciascun contesto e sulle loro possibilità di analisi. Le diverse istanze giudiziarie hanno prodotto un’ampia mole di documentazione per lo studio dei conflitti legati all’abitazione nell’Europa urbana di epoca moderna. Occorre inoltre considerare il valore delle fonti fiscali, notarili, private e amministrative, tra le altre, che offrono testimonianze di grande interesse per lo studio di queste problematiche. Di conseguenza, la nostra proposta è aperta ai seguenti assi tematici: La conflittualità familiare La conflittualità di vicinato I conflitti con i professionisti dell’edilizia I conflitti tra proprietari e inquilini I conflitti per pignoramenti e confische di proprietà
3.4. Donne e spazio urbano nel basso medioevo europeo
Coordinatori: Elena Maccioni (Università degli Studi di Genova); Umberto Maria Delmastro (Scuola Normale Superiore di Pisa)
Email: elena.maccioni@yahoo.it; umberto.delmastro@sns.it
Descrizione sessione
Negli ultimi decenni si sono moltiplicate le riflessioni sul rapporto fra lo spazio urbano e il genere. Le analisi più innovative, in specie nell’ambito dell’urbanistica e della sociologia, hanno avuto al centro l’uso e l’organizzazione dello spazio (spesso subito) da parte delle donne. Nell’indagine storica, lo spazio occupato dalle donne è stato indagato spesso come esclusivo luogo domestico, della cura, della religiosità. Tuttavia, le donne sono ben visibili nelle fonti e fra le maglie del tessuto urbano dell’Europa medievale, in particolare quelle appartenenti ai ceti subalterni, dedite quotidianamente al lavoro: nella produzione, nel commercio, nell’ospitalità. Attraverso le relazioni raccolte in questo panel si vorrebbe perciò puntare lo sguardo sul rapporto speciale (o meno) che le donne svilupparono da un lato con il ‘mercato’ urbano degli immobili, e dall’altro con il mercato inteso sia come luogo fisico e regolamentato, nel quale avvenivano gli scambi al minuto e all’ingrosso, sia come l’incontro fra la domanda e l’offerta all’interno di botteghe, piazze e strade pubbliche, data la frequenza del commercio ambulante. Quali erano questi spazi e come venivano occupati dalle donne? Esistono differenze cetuali nei modi attraverso i quali le donne usavano lo spazio o gestivano (attivamente o passivamente) i patrimoni immobiliari della famiglia? Riconosciamo distinzioni nell’approccio allo spazio fra lavoratori e lavoratrici? È possibile far emergere modalità speciali di relazione fra donne lavoratrici o meno e le istituzioni cittadine che si occupavano di regolamentare la vita associata? Relatrici e relatori sono invitati a confrontarsi con questi interrogativi in una prospettiva comparativa, sul piano geografico, culturale, politico ed economico
3.5. Spazi contesi. Élites urbane e conflitti di visibilità nelle città europee tra medioevo e prima età moderna (XIII-XVI secolo)
Coordinatori: Renata Novak Klemencic (Univerza v Ljubljani); Laris Borić (Università di Zara); Stefano D’Ovidio (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: renata.novakklemencic@ff.uni-lj.si; lboric@unizd.hr; stefano.dovidio@unina.it
Descrizione sessione
Tra pieno Medioevo e prima Età moderna, le città europee attraversano una stagione di profonda trasformazione politica, economica e sociale. Il commercio, la manifattura e l’attività bancaria consentono a nuovi gruppi di ascendere rapidamente nella scala sociale, rivendicando una posizione visibile e riconoscibile nello spazio urbano. Élites di antica e nuova formazione – patriziati mercantili, lignaggi nobiliari, corporazioni, istituzioni ecclesiastiche – consolidano la propria presenza attraverso strategie di appropriazione, tanto materiali quanto simboliche: domus dislocate nelle adiacenze di luoghi strategici e significativi sul piano simbolico; altari, cappelle e tombe familiari nei principali edifici sacri; stemmi e iscrizioni esibite nello spazio costruito e nel tessuto cittadino. Ne nascono conflitti frequenti con le autorità civili ed ecclesiastiche e con gli altri fruitori della città e dei suoi spazi, conflitti che emergono dalle fonti archivistiche ma anche dalla struttura viaria, dall’edilizia, dall’allestimento e dalla decorazione degli edifici. La sessione intende esplorare, in prospettiva comparata, come le lotte tra élites urbane per il controllo e la visibilità nello spazio cittadino abbiano contribuito – tra XIII e XVI secolo – a plasmare materialmente e simbolicamente la città stessa e le interpretazioni che di essa sono state date. Ci interessano casi provenienti da contesti geografici diversi dell’Europa medievale e della prima età moderna, affrontati attraverso fonti di natura archivistica, letteraria, materiale e iconografica. I contributi potranno vertere sui seguenti ambiti:
• Spazio residenziale e conflitti di vicinato: come la costruzione e il posizionamento della domus generasse tensioni con le autorità e con altri abitanti, e come tali tensioni abbiano modellato la morfologia urbana.
• Patronato ecclesiastico e controllo dello spazio sacro: le dispute per cappelle, altari e sepolture come motore di trasformazione degli edifici religiosi.
• Spazio funerario e memoria contesa: come i conflitti per il controllo dei luoghi della memoria abbiano condizionato le forme della rappresentazione funeraria e la sua leggibilità.
• Visibilità araldica e regolazione pubblica: le tensioni tra affermazione familiare e normative suntuarie come campo di negoziazione tra privato e pubblico.
• Mobilità sociale e riconfigurazione urbana: il nesso tra ascesa di nuove élites, conflitti per il riconoscimento e trasformazione del paesaggio cittadino.
3.6. Vite quotidiane nelle città della Penisola Iberica tra il XVII e il XIX secolo
Coordinatori: Liliana Andreia Valente Neves (Universidade do Minho); Sílvia Daniela Faria Pinto (Casa Sarmento, Guimarães)
Email: lilianavalenteneves@gmail.com; silviadfpinto.24@gmail.com
Descrizione sessione
Le trasformazioni socioculturali che interessarono gran parte dell’Europa nel corso del XVII secolo ebbero un’influenza decisiva sulla riconfigurazione delle pratiche e degli spazi, attribuendo progressivamente un maggiore valore alla sfera pubblica rispetto a quella privata. Affrontare il tema dello spazio pubblico implica pertanto analizzare il territorio, il paesaggio, l’urbanistica e la progettazione architettonica, nonché il contesto sociale ed economico che li attraversa. Tali peculiarità erano da tempo facilmente riconoscibili nei territori delimitati dalle città, dalle quali emerge la stessa nozione di sfera pubblica. Con questa sessione intendiamo promuovere una riflessione sulla vita quotidiana nelle città iberiche tra il XVII e il XIX secolo. Per orientare il dibattito, si propongono le seguenti questioni centrali: come si caratterizzavano e si articolavano i diversi profili e rapporti sociali all’interno di questo scenario urbano? In che modo la mobilità, la conflittualità, la povertà e il diffondersi delle malattie influenzavano la vita quotidiana e le strategie di sopravvivenza delle popolazioni? Come erano strutturati i legami e le reti professionali ed economiche dell’epoca? E quale fu il ruolo e il protagonismo delle donne nella riconfigurazione di questo spazio pubblico? A partire da queste problematiche, invitiamo alla presentazione di proposte di comunicazione che mettano in relazione le dimensioni sociali, istituzionali ed economiche delle città della Penisola Iberica tra il XVII e il XIX secolo, contribuendo ad arricchire il dibattito su questi temi.
3.7. Condividere e contendere lo spazio: le confraternite devozionali nelle città di età moderna
Coordinatori: Giulia Zanon (Università di Verona); Francesca Ferrando (Università degli Studi di Genova)
Email: giulia.zanon@univr.it; francescaferrando88@hotmail.it
Descrizione sessione
Le confraternite devozionali hanno contribuito in modo significativo alla costruzione e alla definizione del tessuto urbano europeo. La loro presenza si manifestava attraverso la gestione di spazi all’interno di edifici religiosi, quali cappelle e altari, nonché nella fondazione di nuovi complessi. Gli spazi confraternali erano luoghi di devozione, ritualità e sociabilità, ma anche contesti in cui si definivano e si negoziavano identità collettive, gerarchie sociali e rapporti di potere. La cultura materiale e visiva delle confraternite – dall’architettura agli oggetti devozionali, dalle opere d’arte agli apparati processionali – contribuiva a plasmare anche l’esperienza urbana e offriva strumenti con cui gruppi e comunità si rappresentavano e rivendicavano la propria presenza nello spazio pubblico. _x000D_ Le confraternite costituiscono un osservatorio privilegiato per indagare i meccanismi di inclusione ed esclusione che caratterizzavano le società di età moderna. Se alcune associazioni limitavano l’accesso in base al genere, al ceto, alla professione o alle disponibilità economiche, altre offrivano occasioni di partecipazione e di rappresentanza a soggetti spesso marginalizzati, come donne, persone con disabilità, migranti o minoranze religiose. In questo senso, gli spazi confraternali potevano fungere tanto da strumenti di controllo sociale quanto da luoghi di espressione identitaria. La convivenza all’interno degli stessi contesti urbani richiedeva forme di negoziazione, ma poteva anche dar luogo a conflitti per la gestione degli spazi, le pratiche devozionali e l’accesso alle risorse. In altre occasioni, invece, la presenza di strette collaborazioni testimonia l’esistenza di reti costruite attorno a interessi condivisi. _x000D_ La sessione invita contributi che esplorino le confraternite come spazi di interazione, rappresentazione, conflitto e negoziazione. Saranno particolarmente benvenuti studi dedicati agli usi sociali dello spazio, alla costruzione delle identità collettive, all’espressione dell’agency femminile, alla cultura materiale e visiva, alle pratiche rituali e processionali, nonché ai rapporti tra confraternite, istituzioni religiose e autorità civiche. Attraverso queste prospettive, la sessione intende promuovere una riflessione sul ruolo delle confraternite nella costruzione delle comunità e nella definizione degli spazi sociali, culturali, religiosi e di genere nell’Europa di età moderna.
3.8. Potere, carità e dipendenza: le istituzioni assistenziali negli spazi urbani della Penisola Iberica (secoli XVIII-XIX)
Coordinatori: Mikel Larrinaga Ortiz (Universidad del Pais Vasco / Euskal Herriko University); Maria Marta Lobo de Araújo (Universidade do Minho)
Email: mikel.larrinaga@ehu.eus; martalobo@ics.uminho.pt
Descrizione sessione
Le istituzioni assistenziali furono uno dei grandi nodi nell’ambito urbano, e non possono essere intese come luoghi chiusi e scollegati da esso, bensì come organismi vivi che interagiscono in molteplici modi con il loro contesto più immediato. Indipendentemente dal fatto che il loro finanziamento fosse municipale o meno, costituirono un punto di riferimento tanto per le classi popolari, che beneficiarono del loro aiuto, quanto per le élite, che attraverso di esse riuscivano a proiettare il proprio potere. Il controllo delle risorse caritative rafforzava la loro posizione in quanto guide della comunità, collocandole al vertice delle reti di dipendenza, aspetto che trovava la sua espressione più visiva nelle processioni associate a questi stabilimenti, come avveniva nelle case di misericordia portoghesi. Senza dubbio, questi centri non erano innocui e molti di essi aspiravano a promuovere i valori delle élite, imponendo specifici modelli di comportamento. È il caso degli ospizi spagnoli, i quali, seguendo modelli previamente sviluppati in altri contesti della geografia europea, subordinavano il soccorso allo svolgimento di determinati compiti, nel tentativo di promuovere nuovi poli industriali e ampliare la disponibilità di manodopera per le manifatture. Ciononostante, le ricerche più recenti sottolineano sempre più l’importante funzione assistenziale svolta da queste fondazioni: offrendo cure temporanee ai malati, facilitando il sostentamento dei figli nelle fasi non produttive e favorendo il loro inserimento nel mercato del lavoro, accompagnando gli anziani nell’ultima fase del loro ciclo vitale, o collaborando con le famiglie di lavoratori precari mediante sussidi in natura o in denaro. I diversi modelli, i finanziamenti disponibili e le congiunture condizionarono le relazioni tra istituzione e assistiti, ed era frequente che uno stesso centro modificasse i propri obiettivi iniziali e finisse per specializzarsi in un determinato profilo di bisognoso. La presente proposta aspira a esplorare e approfondire il modo in cui distinti stabilimenti assistenziali portoghesi e spagnoli interagirono con gli agenti sociali degli spazi urbani, valutando l’impatto che ebbero sulle economie familiari, sul mercato del lavoro e sulle strategie di proiezione delle élite municipali.
3.9. Città marine e interne: i porti, le merci, gli spazi e le identità (XV-metà XX sec.)
Coordinatori: Giorgio Dell’Oro (Università degli Studi di Milano); Stefania Bianchi (Archivio Storico Ticinese, Bellinzona)
Email: giorgio.delloro@unimi.it; steffi.bianchi@bluewin.ch
Descrizione sessione
La sessione aspira a fare incontrare studiosi che analizzino come in ambito cittadino si siano sviluppate normative, istituti, reti sociali e conflitti tra le corporazioni che si occupavano della distribuzione di merci entro i centri urbani o nelle realtà portuali. Di particolare interesse è comprendere come questi gruppi interagivano entro le realtà legate alle reti idrografiche delle acque interne e la correlazione tra queste e le realtà commerciali marine a loro interconnesse. In generale sarebbe interessante comprendere come le diverse realtà corporative (per l’Italia settentrionale, ad esempio, bergamaschi, valtellinesi – quindi grigioni – e ticinesi) si spartissero i lavori e se e come fossero in lotta tra loro per contendersi le attività, come il carico e scarico delle merci nelle zone portuali. La città stessa, almeno fino alla prima metà del Novecento, aveva al suo interno spazi identitari in cui le reti intessevano rapporti trasversali e rapporti piramidali e a tal fine sarebbero da far emergere queste interdipendenze attraverso: organizzazione del lavoro e della vita quotidiana; luoghi immateriali condivisi; vincoli fra luoghi d’origine/provenienza e integrazione (i camalli, Genova, Livorno, Napoli nel 1944-46). Questo ultimo punto avrebbe poi una rilevanza particolare per le acque interne: quali erano i collegamenti tra porti marittimi e interni? Come erano organizzati i porti urbani legati alle idrovie? Chi vi operava? Che istituzioni erano coinvolte? Che reti sociali/corporative/religiose venivano coinvolte? Quali erano le merci trasportate e come erano distribuite? I networks urbani avevano legami/conflitti tra loro? Vi erano discriminazioni religiose, di genere, di appartenenza? Era rilevante o meno la presenza femminile e che ruolo avevano le donne, se presenti?
3.10. Commercio, conflitti e vita urbana nei porti europei (1450-1815)
Coordinatori: Pablo Sánchez Pascual (Universidad de Cantabria); Alexandra Cooper (University of Leicester)
Email: sanchezpasp@unican.es; cooperale67@gmail.com
Descrizione sessione
L’obiettivo di questa sessione è quello di esaminare le città portuali europee tra il 1450 e il 1815, analizzando l’interdipendenza tra l’ambiente urbano, le comunità marittime e l’attività portuale. Attraverso la lente della “città ferita”, discuteremo di come questi elementi abbiano interagito non solo per generare ricchezza, ma anche come fonti di tensioni, conflitti e disuguaglianze, trasformando profondamente il tessuto urbano delle città portuali durante l’Età Moderna e l’Illuminismo. La rete portuale europea fu determinante per il progresso economico del continente, ma tale ascesa fu plasmata dai conflitti in tutti gli ambiti e dalla lotta per le gerarchie e gli spazi. Nonostante il ruolo di primo piano dell’Arco Atlantico nel processo di integrazione globale, la sua crescita era strettamente legata ad altre regioni – dal Mediterraneo al Baltico – che erano spesso teatro di profondi conflitti, rivalità ed esclusioni, al di là del loro ruolo socio-economico; in che modo i vari porti si sono adattati ai cambiamenti che hanno ridefinito le loro rotte commerciali? In che modo l’appropriazione dello spazio da parte degli interessi di mercato ha influenzato la realtà sociale della città? Come si è riflesso questo conflitto nell’uso ineguale dello spazio? Il tessuto sociale di queste città non può essere compreso senza tenere conto dell’interazione tra autorità, lavoratori portuali, commercianti e finanzieri. Organizzati in reti, questi gruppi hanno costruito comunità con identità proprie e distinte, generando però al contempo profondi squilibri e tensioni. È essenziale riconoscere il ruolo delle donne, il cui contributo è stato fondamentale per l’economia portuale urbana e per le dinamiche dei conflitti stessi. Alla luce di questa realtà, ci si potrebbe chiedere: in che modo i gruppi di pressione commerciali hanno influenzato l’elaborazione di normative che spesso emarginavano altri attori urbani? Come interagivano i mercanti con gli altri attori che rendevano possibile l’attività commerciale in un contesto di accesso ineguale alle risorse? Questa sessione mira ad approfondire il modo in cui i porti hanno plasmato la vita urbana. Vi invitiamo a riflettere sulla città come spazio di conflitto; a tal fine, cerchiamo contributi che analizzino sia la dimensione sociale – lavoratori marittimi e comunità – sia quella economica – commercianti, banchieri e istituzioni – , integrando approcci provenienti dall’archeologia, dalle infrastrutture e dalle dinamiche sociali che gettino nuova luce su questa realtà.
3.11. Il porto e la città. Spazi contesi, costruiti, riutilizzati, dal secolo XIX a oggi
Coordinatori: Marco Doria (Università degli Studi di Genova); Giulio Mellinato (Università di Milano Bicocca)
Email: marco.doria@unige.it; giulio.mellinato@unimib.it
Descrizione sessione
La sessione intende raccogliere contributi sul tema della relazione tra porto e città in età contemporanea. Le radicali innovazioni intervenute nelle modalità del trasporto marittimo (dalle prime navi a vapore di crescenti dimensioni alla rivoluzione del container) e la diversa importanza delle tipologie delle merci movimentate (dalle spezie e dai prodotti coloniali alle commodities ai prodotti energetici) hanno determinato una profonda trasformazione degli spazi portuali e il loro progressivo ampliamento e/o la loro ricollocazione spaziale. L’equilibrio, o la rottura di equilibri, tra spazi urbani e spazi portuali è tema centrale nella storia delle città portuali (spesso diventate, per utilizzare una efficace definizione dello storico marittimo Frank Broeze, “città con un porto”, a sottolineare una avvenuta frattura tra porto e città). La relazione tra porto e città è storicamente una relazione che è cambiata, sempre stretta, dialettica e talvolta conflittuale. Argomenti (alcuni di quelli sviluppabili):
• L’ampiezza delle infrastrutture portuali, Il loro ingrandirsi nel tempo, il loro (ri)collocarsi nello spazio costiero
• Rapporto tra spazi portuali, mare e aree urbane (residenziali etc.)
• Esternalità delle attività portuali in termini di reti infrastrutturali di collegamento, traffico e inquinamento: le ricadute sulla città
• La città dei portuali, dei marinai, dei crocieristi.
3.12. Spazio sicuro: discriminazione per progettazione
Coordinatori: Shelley Hornstein (York University, Toronto); Anat Falbel (Ricercatrice indipendente)
Email: shelleyh@yorku.ca; anatfalbel@uol.com.br
Descrizione sessione
I contorni culturali e geografici dello spazio abitabile sono spesso invisibili e meritano di essere indagati più da vicino. Le teorie dell’individuazione e della culturalizzazione sono numerose e tendono a suddividere le comunità in base alla presenza o meno di un background migratorio. Ciò vale tanto per le città e i quartieri di antica formazione quanto per le comunità insediate nei centri urbani di più recente sviluppo. Secondo l’ipotesi della culturalizzazione, ad esempio, le persone prive di una storia migratoria tendono a percepire le differenze tra gli ambienti urbani sulla base di categorie socialmente costruite. La diversità – concetto complesso e per certi aspetti problematico – continua nondimeno a plasmare gli spazi della vita urbana. La sessione si propone di esaminare il ruolo degli spazi, principalmente tra XIX e XX secolo, pur senza escludere riferimenti a periodi precedenti, nella costruzione di confini (simbolici) capaci di includere, escludere, marginalizzare, accogliere oppure espellere individui e comunità dagli spazi dell’abitare. Quali luoghi cessano di essere vivibili a causa della discriminazione? E, al contrario, quali spazi aprono le porte – per usare una metafora architettonica – al superamento o alla dissoluzione delle percezioni dei confini?
3.13. La città non umana: animali feriti e lo sviluppo della modernità urbana
Coordinatori: Corey Ratch (Ricercatrice indipendente); Mimi Cheng (Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut)
Email: corey.ratch@columbia.edu; mimi.cheng@khi.fi.it
Descrizione sessione
La città moderna è stata costruita, in larga misura, sui corpi degli animali non umani. Le sue strade sono state lastricate e le merci trasportate grazie al lavoro di cavalli e altri animali da tiro e da soma; le sue popolazioni in espansione sono state nutrite dalla macchina nascosta del macello industriale; i suoi parchi hanno rinchiuso creature esotiche dietro sbarre di ferro per l’istruzione e il divertimento dei cittadini; le sue fogne e i vicoli sono stati colonizzati da ratti e piccioni, la cui presenza veniva gestita, moralizzata e persino razzializzata. Eppure, la storia della modernità urbana è stata in gran parte scritta come se gli animali non umani che abitavano, sostenevano e venivano consumati dalla città fossero marginali, o del tutto assenti. Questo panel prende le mosse dalla trasformazione delle città europee e globali dalla metà del XIX secolo, con particolare attenzione ai modi in cui la modernizzazione urbana ha riorganizzato, spostato, occultato e reinventato le vite animali non umane, da sempre intrecciate al tessuto urbano. Un esempio è l’allontanamento dei macelli verso le periferie, che rese invisibile la morte animale in nome dell’igiene e del cosiddetto “processo di civilizzazione”, producendo una rimozione organizzata delle vite e delle morti che alimentavano la città moderna. Il panel invita contributi che considerino l’animale non umano come soggetto della storia urbana, prestando attenzione alla varietà di creature la cui presenza e relazione con la città moderna sono state modellate dai processi di trasformazione urbana, e che a loro volta li hanno influenzati. Chi, e che cosa, è stato ammesso nello spazio urbano, a quali condizioni e a quale costo? Si esaminano le modalità con cui corpi e vite animali sono stati gestiti, sfruttati, spostati, estetizzati, sterminati e anche compianti, nonché ciò che è stato reso invisibile. Particolare attenzione è rivolta alle dimensioni razzializzate e discriminatorie della gestione animale, inclusa l’associazione dei “parassiti” a comunità marginalizzate, razzializzate e migranti. La riorganizzazione dello spazio urbano in relazione agli animali non umani fu un processo globale, plasmato da incontri coloniali, reti imperiali e storie locali e indigene. Si accolgono quindi contributi su città in Asia, Africa, America Latina, Medio Oriente e oltre, con attenzione critica ai contesti coloniali e postcoloniali.
Tra i temi: storia del macello e delle industrie animali; sostituzione degli animali da lavoro con tecnologie (ad esempio, cavalli con automobili); lo zoo come luogo di produzione di sapere imperiale; igiene urbana e sterminio delle specie considerate “nocive”; rappresentazioni della vita animale urbana. Dal punto di vista metodologico, il panel incoraggia approcci interdisciplinari tra storia, storia dell’arte, studi urbani, scienze umane ambientali e critica postcoloniale e decoloniale.
3.14. Tracce invisibili e ferite urbane: eredità coloniali, memorie conflittuali nello spazio pubblico
Coordinatori: Pelin Bolca (Politecnico di Torino); Mariantonica Coppola (Conciliare Project); Nina Jean-Louis (University of Miami)
Email: pelin.bolca@polito.it; mariantonicacoppola10@gmail.com; nmj26@miami.edu
Descrizione sessione
Le eredità coloniali continuano a plasmare le città contemporanee attraverso tracce visibili e invisibili incorporate nello spazio urbano. Oltre ai monumenti, infrastrutture coloniali, paesaggi commemorativi, luoghi rinominati, assenze memoriali, musei, istituzioni civiche e geografie simboliche diventano spesso spazi in cui la violenza storica e le relazioni di potere diseguali rimangono presenti. Nei contesti postcoloniali, questi spazi emergono frequentemente come “ferite” urbane, mettendo in luce tensioni irrisolte legate all’esclusione, all’identità, alla responsabilità storica e alla giustizia spaziale. Questa sessione indaga il modo in cui gli spazi urbani simbolici segnati da storie coloniali si trasformano attraverso processi di riorganizzazione successivi a eventi traumatici, crisi e fratture storiche. Un’attenzione particolare sarà dedicata al Bacino del Mediterraneo e a prospettive comparative che coinvolgono i paesaggi culturali costieri degli Stati Uniti, accogliendo al contempo contributi più ampi sui contesti urbani postcoloniali in differenti aree geografiche. La sessione esamina criticamente il modo in cui le città rinegoziano la spazialità coloniale ereditata attraverso forme di resistenza simbolica, riuso adattivo, interventi artistici, pratiche di contro-memoria, partecipazione civica e percorsi di recupero postcoloniale. Un’attenzione specifica sarà rivolta a come eventi traumatici e periodi di instabilità – legati alla decolonizzazione, alle tensioni razziali, ai conflitti politici, alle migrazioni, alle proteste civiche, alle crisi ambientali o alle richieste di giustizia storica – riconfigurano spazi simbolici contesi. La trasformazione urbana si sviluppa non solo attraverso la ricostruzione fisica, ma anche mediante la rinegoziazione della memoria, dell’identità e del senso di appartenenza. Le tracce coloniali possono essere rimosse, mantenute, risignificate o riappropriate, rivelando interpretazioni concorrenti del passato e visioni divergenti del futuro. Tra le possibili domande di ricerca: in che modo le città riorganizzano le eredità spaziali coloniali dopo un trauma o una frattura politica? Quali forme di violenza simbolica persistono attraverso la memoria urbana, la governance del patrimonio o le pratiche commemorative? Quando gli atti di rimozione, silenzio o conservazione contribuiscono al recupero, e quando invece rischiano di riprodurre esclusione o amnesia storica? In che modo pratiche artistiche, strategie di pianificazione e iniziative guidate dalle comunità possono sostenere il recupero simbolico e la riappropriazione di spazi contesi? Adottando una prospettiva comparativa, interdisciplinare e postcoloniale, la sessione mira a favorire il dialogo tra storia urbana, studi sulla memoria, patrimonio culturale, pianificazione territoriale e geografia critica.
3.15. Il supermercato nel secondo Novecento: spazi e conflitti tra architettura e città
Coordinatori: Lorenzo Ciccarelli (Università degli Studi di Firenze); Antonio Labalestra (Politecnico di Bari)
Email: lorenzo.ciccarelli@unifi.it; antonio.labalestra@poliba.it
Descrizione sessione
La storia dell’architettura e della città contemporanea è strettamente intrecciata all’affermazione di nuovi spazi destinati all’esposizione e alla vendita delle merci: dai passages couverts ottocenteschi ai grandi magazzini, sino ai più recenti mall e centri commerciali. In questo panorama, ampiamente studiato dalla storiografia, sorprendentemente marginale è rimasta l’attenzione riservata alla tipologia del supermercato. Fondato sui principi del self-service, della libera scelta e della standardizzazione dei consumi, il supermercato ha modificato non soltanto le modalità di acquisto, ma anche le forme di socialità, i ritmi della vita urbana e l’organizzazione delle periferie. La sua diffusione si intreccia con alcune delle principali ferite della città contemporanea: l’espansione incontrollata delle aree suburbane, la perdita di centralità dello spazio pubblico tradizionale, la frammentazione del tessuto urbano e la progressiva sostituzione delle relazioni civiche con pratiche di consumo. Il supermercato può dunque essere interpretato come uno degli osservatori privilegiati attraverso cui leggere la città ferita dalle crisi economiche e dalle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Allo stesso tempo, supermercati, ipermercati e centri commerciali sono stati concepiti come strumenti di rinnovamento politico, economico e territoriale. Nel secondo dopoguerra essi hanno incarnato la promessa di una nuova modernità urbana fondata sull’accesso democratico ai consumi, sull’efficienza infrastrutturale e sulla costruzione di nuovi modelli di vita collettiva. In molti contesti segnati dalla crisi industriale, dalla marginalità urbana o dalla rarefazione degli spazi collettivi, tali dispositivi commerciali hanno assunto il ruolo di nuove centralità urbane, sostituendosi progressivamente alla piazza, al mercato tradizionale e ad altri luoghi storici della vita pubblica. Essi non hanno quindi soltanto accompagnato le trasformazioni della città contemporanea, ma hanno partecipato attivamente alla costruzione di nuovi immaginari urbani e di veri e propri programmi di ridefinizione dello spazio collettivo. La sessione si propone un duplice obiettivo: da una parte ricostruire la diffusione del supermercato e delle sue evoluzioni nell’Italia del secondo Novecento; dall’altra interrogarsi sul ruolo che tali dispositivi possono assumere nel futuro della città contemporanea, riflettendo sulla possibilità di trasformare quelli che per lungo tempo sono stati considerati “non-luoghi” in strumenti di ricucitura urbana e rinnovamento sociale capaci di intervenire sui frammenti della città ferita.
3.16. Turistificazione e overtourism. Dalla città storica alla città turistica
Coordinatori: Marco Pretelli (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna); Annunziata Maria Oteri (Politecnico di Milano)
Email: marco.pretelli@unibo.it; annunziatamaria.oteri@polimi.it
Descrizione sessione
Turistificazione e overtourism sono fenomeni reali che, negli ultimi decenni, hanno contribuito a stravolgere il patrimonio costruito storico di tante città, non solo italiane. A rischiare modificazioni permanenti, oltre che le città, sono gli stessi abitanti, le loro abitudini e i modi d’uso delle città. La sessione si propone di raccogliere contributi che trattino di questo fenomeno:
• dal punto di vista quantitativo (ad esempio, attraverso analisi delle presenze e delle “capacità di carico” delle aree interessate dalla pressione turistica);
• in relazione all’impatto sulle comunità che lo subiscono (gentrificazione, turismofobia, ecc.);
• in relazione agli aspetti economici di tale pressione antropica sui territori;
• in relazione alle politiche per contrastarli e i modelli di governance ai diversi livelli;
• in relazione ai danni “fisici” che territori, centri storici e patrimonio costruito subiscono su diversi livelli e scale.
Il XIII Congresso AISU (Genova, 7-10 settembre 2027) è organizzato da

