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2.1. Muri, separazioni e confini interni alle città dall’antichità al XXI secolo
Coordinatori: Donatella Calabi (Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti); Guido Zucconi (Università Iuav di Venezia)
Email: calabidonatella@gmail.com; greatzuck@gmail.com
Descrizione sessione
Nella lunga storia degli insediamenti umani, i muri hanno segnato luoghi di interdizione o di passaggio: costruiti per motivi sociali o di sicurezza, dettati da paura, diseguaglianze economiche, scontri religiosi, in tempi recenti per gestire flussi migratori. Tal genere di limiti è esistito dall’antichità e non ha riguardato solo l’ambito territoriale, ma anche l’interno della città. Hanno una loro storia, rinviano alle cause e alle funzioni che ne sono state il presupposto. Tra i molti esempi possibili:
• cinte murarie storiche riconvertite a partizioni urbane interne al tessuto edilizio e riutilizzate per motivi sociali o di sicurezza in periodi anche lontani tra loro; costruite perimetralmente per proteggere l’abitato dall’esterno, nate quindi a scopo difensivo, col tempo sono rimaste inglobate nel tessuto urbano;
• muri di protezione: a Manhattan nel XVII secolo il tracciato della futura Wall street è nato come spartiacque tra terreni destinati ai nuovi arrivati (olandesi e successivamente inglesi) e la popolazione indigena; a Parigi, il muro dei ‘federati’ era il luogo degli insorti della Comune (1871) ed è diventato meta di pellegrinaggio; in età contemporanea sono frequenti i casi nati per dividere popolazioni potenzialmente in conflitto (Gaza e Hong Kong), o quelli nati per garantire sicurezza e tranquillità, forme di tutela a categorie privilegiate di abitanti (distretti ‘vigilati’);
• muri di prescrizione o di segregazione all’interno di un insediamento, voluti cioè per controllare parte degli abitanti rispetto ad altri: ne sono un esempio i lazzaretti volti a contenere gli ammalati nelle fasi di epidemia o di quarantena, oppure i ghetti ebraici, o le peace lines di Belfast che separano le comunità cattoliche repubblicane da quelle protestanti unioniste: esempi di spazi cittadini percepiti e utilizzati ad un tempo come luoghi di costrizione, rifugio, garanzia, talvolta identità;
• muri nati a fini fiscali: a Parigi nel XVIII secolo, il perimetro daziario separa abitanti soggetti a regole di fiscalità particolari rispetto a chi ne è esente;
• muri realizzati per unire: istallazioni artistiche tipo il “wall of heroes” (Londra, 1900, o New Orleans, 2011);
• muri emblematici di cambiamenti epocali: riassuntivi di molti degli aspetti menzionati, quello di Berlino, realizzato nel 1961 dalla DDR per fermare la fuga di cittadini dalla Germania dell’est a Berlino ovest, nella notte della sua caduta (9-10 novembre 1989) diventa l’icona della fine della guerra fredda. A Nicosia, dopo l’invasione turca (1974), la Linea Verde, controllata dalle Nazioni Unite, divide la parte greca da quella turca.
2.2. Crisi, mobilità e resilienza urbana nell’alto medioevo (secoli V-X)
Coordinatori: Giulia Zornetta (Università degli Studi di Padova); Mateusz Fafinski (Universität Erfurt); Helen Foxhall Forbes (Università Ca’ Foscari Venezia)
Email: giulia.zornetta@unipd.it; mateusz.fafinski@uni-erfurt.de; helenfoxhall.forbes@unive.it
Descrizione sessione
Il panel indaga l’interazione tra crisi, mobilità umana e trasformazione urbana nell’Europa occidentale altomedievale, riunendo casi di studio che abbracciano le dimensioni ambientali, economiche e demografiche tra l’età tardoantica e l’alto Medioevo. I paper intendono condividere un focus analitico comune: come i momenti di rottura – che si tratti di decisioni politiche, pressioni ambientali o crisi economiche – abbiano innescato spopolamento, abbandono o spostamenti che a loro volta hanno rimodellato spazi urbani, gerarchie e funzioni. Invece di trattare la crisi come mera disgregazione, il panel si chiede come lo spostamento, la migrazione, l’arrivo o la partenza di gruppi economicamente attivi abbiano agito come vettori di riorganizzazione urbana. Inoltre, esso indaga l’influenza di tali rotture sui processi di urbanizzazione e de-urbanizzazione e problematizza in che misura le crisi economiche e ambientali abbiano perturbato le popolazioni urbane. I paper intendono affrontare le dimensioni ambientali ed economiche della crisi urbana e della mobilità lungo lo stesso ampio orizzonte cronologico, esplorando come le città del periodo tardoantico e altomedievale abbiano negoziato stress, abbandono e riorganizzazione in risposta a pressioni che vanno al di là della dimensione puramente politica. Il panel intende quindi ripensare nel suo complesso come la mobilità sia stato inquadrata nella seconda metà del primo millennio, reinterpretando inoltre la crisi come fenomeno multisfaccettato, in grado di stimolare varie risposte di resilienza.
2.3. Violenza pacifica e pace violenta nelle zone di confine: risposte urbane alla crisi e al cambiamento nell’area del Mediterraneo e nell’Europa centrale (alto medioevo-prima età moderna)
Coordinatori: Sanja Miljan (Croatian Institute of History, Zagreb); Krisztina Arany (National Archives of Hungary)
Email: sanja@isp.hr; arany.krisztina@mnl.gov.hu
Descrizione sessione
La sessione si concentra, in un’ottica comparativa, sull’area del Mediterraneo sud-orientale e sull’Europa centrale (dall’Alto Medioevo all’inizio dell’età moderna). Il Mediterraneo, in particolare la parte sud-orientale, e l’Europa centrale condividono una serie di caratteristiche comuni, nonché notevoli differenze, dalla presenza di autorità centrali alle rivalità locali (interne), dalle emergenze urbane concorrenti agli organismi civici della società, il tutto con un impatto diretto sui principi e sulle pratiche di governo. Nell’analizzare (e comprendere, in misura variabile) questi sviluppi, un rapporto “antico” tra centro e periferia assume un’importanza fondamentale. Ciò vale, ad esempio, sia per quanto riguarda l’entroterra delle città costiere (a livello più locale) sia per le risposte alle crisi ricorrenti (a livello più generale), spesso scandite dal susseguirsi di governanti e dinastie regnanti. Quest’ultimo aspetto ci porta a riflettere su una questione chiave (quasi indipendentemente dal punto di vista): la lealtà (e il suo contrario). La lealtà fu messa a dura prova, soprattutto nelle aree di interesse, dall’emergere e dall’espansione dell’Impero Ottomano, ampliando così la portata della nostra sessione. La sessione cercherà pertanto di mantenere un equilibrio tra i “progetti su larga scala” (e i temi) e le “questioni minori” (e i quesiti). Tale equilibrio è particolarmente importante quando si tratta dei significati, dei costumi e delle pratiche di pace e violenza nelle aree in esame. Le concezioni e gli usi di queste “parole chiave” nel Medioevo e nella prima età moderna spesso differiscono dalle prospettive e dalle abitudini odierne. Ciononostante, esse risultano ancora molto interessanti perché appaiono o molto familiari o piuttosto “insolite”. Anche le città, sotto questo aspetto, custodivano una varietà di informazioni rilevanti.
2.4. Città fragili, comunità resilienti: affrontare le emergenze ambientali nell’Europa medievale e moderna
Coordinatori: Salvatore Bottari (Università degli Studi di Messina); Mirella Mafrici (Università degli Studi di Salerno)
Email: salvatore.bottari@unime.it; mirella.mafrici1@libero.it
Descrizione sessione
Nel corso della storia, le città hanno dovuto confrontarsi ripetutamente con calamità naturali e crisi ambientali che ne hanno messo alla prova l’equilibrio sociale, economico e territoriale. Dalle pestilenze medievali alle inondazioni, dai terremoti agli incendi fino alle attuali emergenze climatiche, i centri urbani si sono configurati come spazi esposti a molteplici forme di rischio, ma anche come luoghi capaci di sviluppare pratiche di adattamento e risposte collettive alle situazioni di crisi. Questo panel vuole mettere a confronto relazioni che analizzino storicamente il rapporto tra vulnerabilità urbana e capacità di reazione delle comunità dall’età medievale all’epoca moderna, evidenziando continuità e cambiamenti nelle modalità di gestione delle emergenze. L’idea di fondo è che, attraverso lo studio delle istituzioni pubbliche, delle reti di solidarietà e delle forme di cooperazione sociale, si possano evidenziare le modalità in cui le popolazioni urbane abbiano elaborato strumenti di assistenza, prevenzione e ricostruzione per fronteggiare i disastri. Particolare rilievo è attribuito alla relazione tra ambiente, salute collettiva e amministrazione cittadina, mettendo in evidenza come le emergenze abbiano spesso stimolato innovazioni nel campo sanitario, nelle politiche urbane e nell’organizzazione dello spazio cittadino. Si intende inoltre mostrare come la conoscenza storica delle catastrofi possa offrire chiavi interpretative utili per comprendere le fragilità del presente e favorire la costruzione di città più sostenibili e resilienti.
2.5. Sistemi di difesa e interventi di ricostruzione delle città portuali nel Mediterraneo dal medioevo all’età contemporanea
Coordinatori: Elisa Vermiglio (Università per Stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabria); Giuliana Quattrone (Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR))
Email: e.vermiglio@unidarc.it; giuliana.quattrone@iia.cnr.it
Descrizione sessione
A partire dalla seconda metà del Quattrocento, il progressivo superamento delle fortificazioni medievali, fondate sulla difesa piombante e caratterizzate da alte mura e torri, portò all’affermazione del fronte bastionato, concepito per contrastare l’efficacia delle artiglierie mediante cortine basse, terrapieni e bastioni poligonali. Le guerre d’Italia (1494-1559) accelerarono questo processo, facendo della penisola uno dei principali laboratori di sperimentazione delle nuove tecniche fortificatorie, che presto si diffusero anche nel resto dell’Europa continentale. L’ammodernamento delle mura cittadine e la costruzione di cittadelle e fortezze comportarono profonde alterazioni del tessuto urbano e, in questo contesto, emerse un apparente paradosso: per garantire la sicurezza della città, autorità civili e militari ricorsero frequentemente alla cosiddetta “politica del guasto”, sacrificando quartieri abitati, edifici religiosi, infrastrutture e testimonianze del passato per fare spazio alle nuove opere militari. Le conseguenze furono molteplici: trasformazione della viabilità e degli accessi urbani, espropri e trasferimenti di popolazione, spesso accompagnati da risarcimenti inadeguati, ridefinizione degli equilibri sociali e nuove forme di controllo del territorio. Si trattò di un fenomeno capillare e di lunga durata che interessò ampie aree dell’Europa e del Mediterraneo fino all’inizio dell’Ottocento, quando l’affermazione della guerra di movimento rese progressivamente obsoleto il modello della fortezza. La sessione intende esplorare il ruolo delle fortezze nei processi di trasformazione urbana e territoriale, mettendone in luce le implicazioni politiche, sociali, economiche, culturali e materiali e promuovendo un ampliamento della prospettiva geografica verso i territori dell’Impero Ottomano e gli spazi coloniali extraeuropei, tra cui Africa, America Latina, Asia e isole atlantiche. La sessione accoglierà contributi dedicati ai seguenti temi:
- comunità urbane, pratiche di negoziazione, resistenza e mediazione di fronte alle demolizioni e alle trasformazioni imposte dalle nuove fortificazioni;
- progettazione, costruzione e gestione delle fortezze, con attenzione particolare al ruolo di architetti militari, ingegneri e maestranze;
- strategie di adattamento, demolizione e riuso delle preesistenze;
- impatto delle opere difensive sulla città e sul territorio – viabilità, accessi, spianate, piazze d’armi, fasce di rispetto, espropri e redistribuzione della popolazione;
- fortezze come organismi architettonici complessi e come strumenti di governo, controllo e organizzazione dello spazio urbano;
- rappresentazione delle opere fortificate, dibattiti teorici e trattatistica
- memoria delle trasformazioni prodotte dalle fortificazioni, del patrimonio demolito o riconfigurato e dei processi di percezione, registrazione e rielaborazione di tali perdite.
2.6. La città e la fortezza. Difesa, demolizioni e trasformazioni dello spazio urbano tra XV e XVIII secolo
Coordinatori: Anna Rebecca Sartore (Ghent University); Lorenzo Fecchio (Università per Stranieri di Siena)
Email: aabbate@unime.it; claudia.pingaro@unicampania.it
Descrizione sessione
A partire dalla seconda metà del Quattrocento, il progressivo superamento delle fortificazioni medievali, fondate sulla difesa piombante e caratterizzate da alte mura e torri, portò all’affermazione del fronte bastionato, concepito per contrastare l’efficacia delle artiglierie mediante cortine basse, terrapieni e bastioni poligonali. Le guerre d’Italia (1494-1559) accelerarono questo processo, facendo della penisola uno dei principali laboratori di sperimentazione delle nuove tecniche fortificatorie, che presto si diffusero anche nel resto dell’Europa continentale. L’ammodernamento delle mura cittadine e la costruzione di cittadelle e fortezze comportarono profonde alterazioni del tessuto urbano e, in questo contesto, emerse un apparente paradosso: per garantire la sicurezza della città, autorità civili e militari ricorsero frequentemente alla cosiddetta “politica del guasto”, sacrificando quartieri abitati, edifici religiosi, infrastrutture e testimonianze del passato per fare spazio alle nuove opere militari. Le conseguenze furono molteplici: trasformazione della viabilità e degli accessi urbani, espropri e trasferimenti di popolazione, spesso accompagnati da risarcimenti inadeguati, ridefinizione degli equilibri sociali e nuove forme di controllo del territorio. Si trattò di un fenomeno capillare e di lunga durata che interessò ampie aree dell’Europa e del Mediterraneo fino all’inizio dell’Ottocento, quando l’affermazione della guerra di movimento rese progressivamente obsoleto il modello della fortezza. La sessione intende esplorare il ruolo delle fortezze nei processi di trasformazione urbana e territoriale, mettendone in luce le implicazioni politiche, sociali, economiche, culturali e materiali e promuovendo un ampliamento della prospettiva geografica verso i territori dell’Impero Ottomano e gli spazi coloniali extraeuropei, tra cui Africa, America Latina, Asia e isole atlantiche. La sessione accoglierà contributi dedicati ai seguenti temi:
• comunità urbane, pratiche di negoziazione, resistenza e mediazione di fronte alle demolizioni e alle trasformazioni imposte dalle nuove fortificazioni;
• progettazione, costruzione e gestione delle fortezze, con attenzione particolare al ruolo di architetti militari, ingegneri e maestranze;
• strategie di adattamento, demolizione e riuso delle preesistenze;
• impatto delle opere difensive sulla città e sul territorio – viabilità, accessi, spianate, piazze d’armi, fasce di rispetto, espropri e redistribuzione della popolazione;
• fortezze come organismi architettonici complessi e come strumenti di governo, controllo e organizzazione dello spazio urbano;
• rappresentazione delle opere fortificate, dibattiti teorici e trattatistica
• memoria delle trasformazioni prodotte dalle fortificazioni, del patrimonio demolito o riconfigurato e dei processi di percezione, registrazione e rielaborazione di tali perdite.
2.7. Spazi difensivi e paure collettive: la città assediata nel Mediterraneo moderno (secc. XVI-XVIII)
Coordinatori: Alessandro Abbate (Università degli Studi di Messina); Claudia Pingaro (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli)
Email: aabbate@unime.it; claudia.pingaro@unicampania.it
Descrizione sessione
Nel contesto temporale della modernità la città ha rappresentato uno “spazio” costantemente esposto alle guerre, agli assedi, alle violenze politiche, alle emergenze sanitarie e alimentari, alle frequenti incursioni piratesche che rendevano insicure le coste mediterranee. Il Mediterraneo – quello spazio liquido tra Ponente e Levante, tra lo Stretto di Gibilterra e il Mar Nero – in Età moderna si connotò esattamente come luogo privilegiato di mutamenti e trasformazioni urbane dovute alle necessità difensive e alla perdurante vulnerabilità dei contesti cittadini. Le autorità governative, infatti, furono chiamate a fronteggiare una serie di emergenze che incessantemente minacciarono la quotidianità e l’organizzazione politico-sociale degli insediamenti mediterranei: la minaccia ottomana e barbaresca, le rivolte urbane determinate da epidemie e crisi annonarie imposero scelte politiche indirizzate verso una continua ridefinizione dei sistemi difensivi, delle pratiche di controllo sociale e delle strategie di gestione dell’emergenza. La sessione intende indagare la città “ferita” come spazio materiale e simbolico all’interno del quale la crisi produsse trasformazioni istituzionali, urbanistiche e culturali. Il panel intende promuovere una riflessione interdisciplinare sui modi e sui tempi in cui le comunità urbane reagirono a situazioni di pericolo, elaborando forme di resistenza individuale e collettiva, pratiche di adattamento e nuove configurazioni del rapporto tra potere, spazio urbano e popolazione. Le proposte dovranno prendere in considerazione i seguenti temi:
• sistemi difensivi urbani, fortificazioni e infrastrutture militari;
• città portuali e frontiere marittime;
• rappresentazioni della paura individuale e collettiva, dell’assedio e delle minacce desumibili da fonti narrative, epistolari e iconografiche;
• risposte politico-istituzionali alle emergenze urbane;
• pratiche di controllo sociale e religioso, disciplinamento degli spazi cittadini;
• impatto delle crisi militari, epidemiche e alimentari sulle trasformazioni urbane;
• mobilità forzate, rifugiati e ridefinizione delle gerarchie sociali nelle città “ferite”;
• capacità delle comunità di resistere e riadattarsi alle crisi mediante processi di ricostruzione materiale e simbolica.
La sessione, pertanto, intende accogliere contributi trasversali – dalla storia militare all’architettura, dalla storia urbana alla geografia storica, agli studi culturali nel contesto temporale della modernità incoraggiando proposte comparative e transnazionali. Il focus principale sarà rivolto ai casi di studio del quadro mediterraneo, aperti al confronto con scenari europei ed extraeuropei. Indagando l’intreccio tra conflitto, emergenza e metamorfosi urbana, l’obiettivo è dimostrare come le crisi non abbiano soltanto “ferito” le città, ma siano state catalizzatrici nel ridefinirne identità, funzioni e memorie collettive.
2.8. Gli attentati e le città ferite. Incrocio di saperi, pratiche, interpretazioni e narrazioni per le tracce del trauma nello spazio urbano
Coordinatori: Martina La Mela (Università Mediterranea di Reggio Calabria); Maria Rossana Caniglia (Università Mediterranea di Reggio Calabria); Monica Musolino (Università degli Studi di Messina)
Email: martina.lamela@unirc.it; mrossana.caniglia@unirc.it; monica.musolino@unime.it
Descrizione sessione
Le città sono state storicamente esposte a eventi traumatici – guerre, rivolte, violenze politiche e collettive – che ne hanno trasformato la dimensione materiale, simbolica e sociale. Questi non si esauriscono nel momento della distruzione, ma incidono sul rapporto tra luoghi e comunità. Lo spazio diviene così non solo teatro dell’evento violento, ma anche superficie di sedimentazione di tracce materiali, pratiche memoriali, processi di risignificazione e conflitti interpretativi. La sessione vuole concentrarsi sugli attentati – terroristici, mafiosi, politici o riconducibili ad altre forme di violenza intenzionale – che hanno interessato lo spazio urbano, senza limiti cronologici o geografici. L’attenzione è rivolta sia ai casi in cui il bersaglio dell’attacco è stato un luogo specifico, trasformato materialmente e simbolicamente, sia a quelli in cui l’obiettivo sono stati individui o gruppi, ma in cui il luogo ha comunque subito un trauma capace di modificarne il significato storico e memoriale. L’attentato produce una ridefinizione dello spazio urbano, alterandone sia la materia che la percezione e l’uso. La riflessione assume come riferimento la distinzione tra “ferita” e “cicatrice” urbana. La ferita coincide con la lacerazione prodotta dall’evento distruttivo, la cicatrice invece con la permanenza del trauma nella città e nell’immaginario collettivo. Se la ferita può essere assimilata alle macerie dell’evento, la cicatrice è una traccia significativa e memoriale, una rovina carica di valore storico. Questo processo non è però lineare, le rovine possono essere disconosciute o silenziate dalle comunità, tornando macerie. Tali fenomeni possono essere analizzati attraverso tre livelli di lettura interconnessi: il primo, materiale, riguarda le tracce lasciate dall’evento e le modalità della loro conservazione, interpretazione e monumentalizzazione; il secondo, immateriale, esplora i processi di significazione e risignificazione dei luoghi colpiti, la costruzione delle memorie sociali e le dinamiche attraverso cui una comunità attribuisce, modifica o rifiuta quanto legato al trauma; il terzo, narrativo, prende in esame il ruolo della cronaca, della fotografia, del cinema e della letteratura nella costruzione dell’immaginario dei luoghi feriti e delle pratiche memoriali condivise, includendo anche il fenomeno del dark tourism. La sessione intende incentivare contributi nati dall’incrocio di saperi e discipline differenti, capaci di mettere in evidenza come la comprensione delle città ferite richieda uno sguardo condiviso e multidimensionale. Saranno benvenuti sia contributi di carattere teorico, sia casi applicativi, che interconnettano la dimensione della conservazione architettonica, della storia, degli studi urbani, delle scienze sociali, dei memory studies e i media studies e, più in generale, ogni prospettiva inter e transdisciplinare capace di interrogare criticamente il rapporto tra trauma, traccia, memoria, comunità e spazio urbano.
2.9. Strategie giuridico-istituzionali di resilienza urbana e catastrofi naturali nel Meridione d’Italia (secc. XVII-XVIII)
Coordinatori: Michele Luminati (Universität Luzern); Giacomo Pace Gravina (Università degli Studi di Messina)
Email: michele.luminati@unilu.ch; giacomo.pace@unime.it
Descrizione sessione
Nel corso del Sei-Settecento il Meridione d’Italia venne colpito da numerose catastrofi naturali (basti pensare al terremoto della Capitanata del 1627, all’eruzione dell’Etna del 1669, al terremoto del Val di Noto del 1693 e a quello della Calabria del 1783). Queste catastrofi colpirono società già indebolite da profonde crisi economiche e politiche e che rischiarono di venire completamente destabilizzate. La storiografia si è occupata principalmente degli aspetti sociali, urbanistici e architettonici dei processi di ricostruzione. Sono stati invece lungamente trascurati gli aspetti giuridico-istituzionali, le modalità di ‘amministrazione’ delle crisi generate dalle catastrofi. La sessione intende focalizzarsi su questi aspetti meno studiati, ma di fondamentale importanza per la ricostruzione. Ne è un esempio la rapida gestione dell’emergenza causata dal terremoto del Val di Noto del 1693 da parte del governo vicereale, in collaborazione con la Chiesa e con i gruppi dirigenti locali. In questo caso emerge una notevole resilienza, che evitò il tracollo definitivo e permise di avviare un processo di ricostruzione, i cui risultati si possono ancora oggi ammirare nelle innovative soluzioni urbanistiche e nella straordinaria ricchezza architettonica delle città tardo barocche del Val di Noto (inserite nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO nel 2002). L’obiettivo della sessione è di mettere a confronto case studies riguardanti singole città, con particolare attenzione da un lato alle strategie messe in atto dai poteri centrali e locali per superare l’emergenza e il trauma iniziale, dall’altro ai processi di ricostruzione, spesso accompagnati da profondi conflitti, a partire da quello sull’ubicazione della ricostruenda città. Conflitti che misero in moto diverse procedure decisionali all’interno di un sistema giuridico-amministrativo caratterizzato dal complesso rapporto tra istituzioni spagnole e tradizioni locali, senza dimenticare il ruolo svolto dalla Chiesa. La diversità degli approcci e degli esiti delle singole ricostruzioni è stata indubbiamente influenzata dalla cultura e dalle pratiche istituzionali e giuridiche su cui la sessione intende focalizzare l’attenzione.
2.10. Luoghi scuciti. Architetture, insediamenti e paesaggi europei dopo l’abbandono (XVIII-XXI secolo)
Coordinatori: Ludovica Galeazzo (Università degli Studi di Padova); Emma Maglio (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: ludovica.galeazzo@unipd.it; emma.maglio@unina.it
Descrizione sessione
In un celebre libro dedicato all’identità dei paesi disabitati, Vito Teti descrive l’abbandono come “un’esplosione che modifica la densità dei luoghi, cambia la morfologia dell’abitato, le memorie; a volte frammenta, a volte distrugge” (Il senso dei luoghi, 2004). Quando un centro cittadino, uno spazio urbano o un’architettura perdono i propri fruitori originari, la loro più intima ragion d’essere viene meno e, con essa, il sistema di relazioni e pratiche che ne avevano determinato la nascita e lo sviluppo. L’abbandono costituisce una costante della storia urbana e architettonica e accompagna, come fenomeno speculare, i processi di trasformazione della società. Ne sono esempi le soppressioni degli ordini religiosi che privarono monasteri e conventi delle comunità per le quali erano stati concepiti; lo spopolamento dei piccoli borghi, conseguenza di mutati equilibri economici e demografici; la progressiva dismissione di strutture e fabbriche militari e di grandi complessi ecclesiastici, oggi spesso sovradimensionati rispetto alle esigenze delle istituzioni che li avevano generati. In tutti questi casi l’abbandono non rappresenta soltanto una condizione materiale ma l’esito visibile di una vita collettiva che cambia, si contrae o si sposta altrove. Architetture e luoghi dismessi divengono così depositi di memorie sospese e tracce tangibili di realtà sociali scomparse. La loro permanenza interroga le comunità contemporanee sul rapporto tra conservazione e trasformazione, tra eredità del passato e costruzione di nuovi significati. Al tempo stesso, la sospensione della funzione originaria può aprire inattese possibilità di sperimentazione, rendendo l’abbandono non soltanto una condizione di perdita ma anche un’occasione per immaginare nuove forme di uso, appropriazione e valorizzazione del patrimonio costruito. Alla luce di tali considerazioni, particolare attenzione merita l’analisi delle dinamiche che investono complessi edilizi abbandonati e i processi di rifunzionalizzazione che ne ridefiniscono il destino. Se il disuso e l’abbandono costituiscono una ferita aperta nel tessuto insediativo, gli interventi di riuso comportano inevitabilmente cicatrici che segnano l’identità dei luoghi e interrompono il nesso tra forma del costruito e pratiche d’uso, spesso generando spazi scuciti dal contesto urbano. La sessione accoglie interventi che affrontino il tema della dismissione e della rifunzionalizzazione di spazi urbani o di complessi architettonici, tanto nelle loro implicazioni storiche e sociali quanto nelle loro manifestazioni materiali e costruttive. Si accettano riflessioni che indaghino, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, insediamenti spopolati, edifici e complessi architettonici dismessi, quartieri in declino e altri spazi che abbiano perduto la propria funzione originaria. I contributi potranno proporre approcci monografici o trasversali, con riferimento ai contesti europei tra la tarda età moderna e il XXI secolo.
2.11. Rimarginare la ferita. Città, ricostruzioni e rischio sismico nell’Italia post-unitaria (1861-1908)
Coordinatori: Giulia Assalve (Politecnico di Torino); Luca Placci (Università degli Studi di Genova)
Email: giulia.assalve@polito.it; luca.placci@edu.unige.it
Descrizione sessione
Il terremoto ligure-piemontese (Terremoto di Diano Marina) del 23 febbraio 1887 rappresenta uno degli episodi più significativi nella storia delle calamità naturali dell’Italia post-unitaria. La distruzione che colpì numerosi centri delle province di Genova, Porto Maurizio e Cuneo mise alla prova la capacità del neonato Stato nazionale di intervenire nella gestione dell’emergenza e nella ricostruzione dei territori colpiti. Attraverso la legge 31 maggio 1887, n. 4511, e i successivi provvedimenti attuativi, furono sperimentati strumenti amministrativi, finanziari e tecnici che contribuirono alla definizione di nuove modalità di intervento pubblico in contesti di crisi. Assumendo il terremoto del 1887 come osservatorio privilegiato, la sessione intende promuovere una riflessione sulle ricostruzioni post-sismiche che interessarono l’Italia tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, in una prospettiva comparativa che includa altri eventi fondamentali come il terremoto di Casamicciola del 1883 e quello di Messina e Reggio Calabria del 1908. In questo arco cronologico si svilupparono, infatti, nuove sensibilità nei confronti della vulnerabilità del costruito, della sicurezza delle città e della tutela delle comunità insediate, dando origine a un articolato processo di elaborazione normativa e tecnica che avrebbe influenzato le future politiche nazionali di prevenzione sismica. La sessione si propone di indagare il rapporto tra distruzione e ricostruzione come momento di ridefinizione degli assetti urbani, delle pratiche edilizie e delle relazioni tra amministrazioni centrali e realtà locali. Particolare attenzione sarà dedicata alle trasformazioni dei tessuti urbani, alle strategie di conservazione o “sostituzione” del patrimonio architettonico danneggiato, alla circolazione dei saperi tecnico-scientifici e alla costruzione di una cultura del rischio in un Paese caratterizzato da profonde differenze territoriali e costruttive. Saranno accolti contributi provenienti dalla storia urbana, dalla storia dell’architettura e dell’ingegneria, dagli studi sul patrimonio, dalla geografia storica e dalla storia delle istituzioni, con particolare interesse per gli approcci interdisciplinari e comparativi fondati sull’analisi di fonti archivistiche, cartografiche, fotografiche e tecnico-amministrative. Attraverso l’esame di casi studio e il confronto tra differenti esperienze ricostruttive, la sessione intende contribuire alla ricostruzione di una storia delle politiche di mitigazione del rischio e delle pratiche di resilienza territoriale, mettendo in luce il ruolo svolto dalle emergenze sismiche nella formazione della cultura urbanistica e tecnico-amministrativa dell’Italia contemporanea.
2.12. Cartografare la città ferita. Rappresentazioni militari dello spazio urbano nell’Ottocento
Coordinatori: Matteo Previtera (Comune di Genova); Ten. Col. Andrea Podestà (ISCAG Roma)
Email: mprevitera@comune.genova.it
Descrizione sessione
La cartografia militare dell’Ottocento rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere le trasformazioni della città moderna e l’evoluzione delle tecniche di rilievo e rappresentazione dello spazio urbano. Attraverso lo sguardo degli ingegneri militari, la città viene letta come organismo complesso, vulnerabile e strategico, da misurare con precisione per finalità difensive, offensive e di controllo territoriale. In questo contesto, la mappa assume un ruolo che va oltre la semplice descrizione dello spazio: diviene uno strumento operativo e sperimentale, nel quale si intrecciano esigenze militari, conoscenza tecnica e innovazione scientifica. Le carte prodotte nel corso del XIX secolo testimoniano infatti il difficile rapporto tra infrastrutture civili e apparati difensivi, rendendo visibili limiti, criticità e potenzialità strategiche del tessuto urbano. Parallelamente, la cartografia militare costituisce un laboratorio privilegiato per la sperimentazione di nuove tecniche di rilievo e restituzione grafica, favorite dall’introduzione di strumenti ottici e topografici sempre più sofisticati e dall’affermazione di pratiche come la celerimensura, che consentirono una più rapida ed efficace rappresentazione del territorio e delle sue trasformazioni. In tale quadro, figure come Ignazio Porro, Johann Jacob Baeyer e Aimé Laussedat assumono un ruolo centrale nello sviluppo della geodesia, della topografia e delle prime applicazioni fotogrammetriche alla rappresentazione territoriale. Cartografare la città significa così non solo difenderla o conquistarla, ma anche costruire nuove forme di conoscenza scientifica dello spazio urbano e delle sue trasformazioni. Senza apparati istituzionali strutturati come quelli dell’esercito sarebbe stato impossibile realizzare imprese cartografiche tali da necessitare tempo, personale adeguatamente formato e strumentazione tecnica all’avanguardia. L’analisi documentale contemporanea della cartografia storica, che va oltre il semplice segno grafico, è inoltre in grado di rileggere il passato alla luce del presente, interpretando fenomeni frutto dell’incrocio di dati, conoscenze e deduzioni. La sessione accoglierà contributi dedicati fra l’altro a:
• La mappa come elemento di rappresentazione del difficile rapporto tra le infrastrutture militari e quelle civili;
• La mappa come progetto di difesa e di attacco;
• La carta come simbolo di conquista;
• La mappa come elemento di sperimentazione dell’evoluzione tecnica cartografica;
• La mappa militare come base di partenza per la creazione di una moderna cartografia tecnica;
• Come la cartografia di guerra sappia andare oltre il conflitto e diventare fonte di conoscenza per uno studio retrospettivo della città;
• Mura e forti come elementi centrali nelle rappresentazioni cartografiche militari e per lo studio di nuovi sistemi di difesa;
• L’evoluzione della cartografia, dalla rappresentazione evocativa e pittoresca a quella rigorosa, cartesiana e illuministica.
2.13. Catastrofi, calamità, crolli, ricostruzioni. Il ruolo del Genio Civile tra l’Unità d’Italia e il secondo periodo post-bellico (1860-1950)
Coordinatori: Marcello Schirru (Università degli Studi di Cagliari); Micaela Antonucci (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)
Email: marcello.schirru@unica.it; micaela.antonucci@unibo.it
Descrizione sessione
La grande infrastrutturazione è uno degli strumenti attraverso cui lo Stato italiano costruisce un modello di unità nazionale con tenui riscontri nella realtà dei fatti: il Paese nasce dalla sommatoria di vari stati e con peculiarità storico-culturali diverse da regione a regione. Ancor più forte è l’impegno del governo davanti alle catastrofi, alle calamità naturali e ai conflitti bellici, veri banchi di prova per l’apparato amministrativo e le sue numerose ramificazioni. Le occasioni d’intervento sono molteplici, legate alla sismicità del territorio, alla carenza di opere idrauliche, stradali e ferroviarie, alle guerre. Dai terremoti di Casamicciola e Messina, alle frequenti esondazioni intra ed extraurbane; dai crolli di edifici e monumenti, agli sventramenti dovuti a ragioni sanitarie o, ancora, alle emergenze post-belliche: la casistica delle opere, imprevedibili e imponderabili nelle misure contingenti, è lunga ed articolata. Dentro questo scenario, il Genio Civile gioca un ruolo da protagonista. Riorganizzato nel complesso organigramma delle afferenze ministeriali, delle competenze e, soprattutto, dei quadri professionali, l’Ufficio Tecnico di Stato progetta e dirige un numero impressionante di opere, riversandovi i più avanzati saperi dell’epoca. Gli ingegneri capo e i loro subalterni, capillarmente distribuiti nelle sedi provinciali del Genio, realizzano infrastrutture, architetture di servizio e apprestamenti funzionali alle situazioni d’emergenza o disegnano edifici destinati a rimpiazzare ciò che la natura avversa ha cancellato, talvolta in uso ancora oggi. Dopo il secondo conflitto mondiale, è lo stesso Ufficio a gestire la ricostruzione del patrimonio architettonico pubblico e il restauro dei monumenti. La sessione intende sollevare il velo sul contributo storico del Genio fra l’Unità d’Italia e gli anni successivi al secondo conflitto mondiale. Figure neglette o ritenute di secondo piano rispetto ai nomi più celebri della manualistica o della cultura d’accademia realizzano opere di assoluta rilevanza, occupando posizioni professionali ambite: un vero e proprio status tra i progettisti dell’epoca.
2.14. Le cicatrici dei confini. Tracce e memorie di annessioni, secessioni e ricomposizioni urbane tra Otto e Novecento
Coordinatori: Martina Massaro (Università degli Studi di Padova); Francesca Capano (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: martina.massaro@unipd.it; francesca.capano@unina.it
Descrizione sessione
Le dinamiche di annessione e secessione di porzioni di territorio – l’aggregazione coatta di comuni, il ridisegno dei confini di Stato o provinciali, l’incorporazione di frazioni in centri urbani maggiori – sono pratiche che lasciano cicatrici leggibili. Sul piano identitario comunità con usi, tradizioni, a volte lingue diverse si trovano improvvisamente ricollocate entro confini amministrativi estranei alla loro storia. La storia amministrativa italiana, anche degli stati pre-unitari, – ma il fenomeno si ripropone ugualmente per altre nazioni – è costellata di operazioni di riordino territoriale che hanno cucito insieme realtà profondamente diverse: comunità montane e pianure, borghi agricoli e centri industriali, quartieri storici e periferie di recente urbanizzazione. Queste giunture forzate, spesso dettate da logiche di razionalizzazione burocratica, risparmio economico o disegni politici di accentramento, hanno prodotto esiti che raramente corrispondono alle aspettative di coesione auspicate dai loro promotori. Al contrario, la cucitura amministrativa ha spesso reso più visibile la distanza tra le parti, lasciando sul territorio cicatrici che nessun piano urbanistico o riforma istituzionale è riuscito pienamente a sanare. Tali cicatrici si manifestano su più livelli. Sul piano materiale, si riconoscono nelle infrastrutture incompiute, nei vuoti urbani che segnano antichi confini comunali, nelle discontinuità del tessuto edilizio dove logiche insediative differenti si incontrano senza dialogare. Sul piano sociale, emergono nelle pratiche quotidiane delle comunità che continuano a riconoscersi in appartenenze preesistenti, resistendo all’omologazione imposta dalla nuova geografia amministrativa. Sul piano della memoria collettiva, si depositano nei toponimi sopravvissuti, nelle feste patronali, nei dialetti, negli archivi storici di municipalità soppresse: tracce materiali e immateriali di una vita collettiva che la riforma non ha cancellato, ma semplicemente spostato ai margini della rappresentazione ufficiale. La sessione intende raccogliere contributi che esplorino queste dinamiche nelle loro implicazioni storiche, sociali e spaziali, indagando casi di fusione e separazione di enti territoriali, incorporazione di borghi in aree metropolitane, ridisegno dei confini provinciali e regionali. Si accettano approcci monografici e comparativi, riferiti a qualsiasi contesto geografico rispetto a un inquadramento cronologico che si attesti tra Otto e Novecento, con particolare attenzione alle tracce materiali e immateriali che tali processi lasciano sul territorio e alle comunità che le abitano.
2.15. Immagini della città ferita: i danni bellici come fonte per la conoscenza e la valutazione del costruito
Coordinatori: Rita Vecchiattini (Università degli Studi di Genova); Chiara Calderini (Università degli Studi di Genova); Carlotta Coccoli (Università di Brescia); Alessia Zampini (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)
Email: rita.vecchiattini@unige.it; chiara.calderini@unige.it; carlotta.coccoli@unibs.it; alessia.zampini2@unibo.it
Descrizione sessione
I danni di guerra possono essere letti come vere e proprie ferite nel tessuto delle città. Tracce materiali di eventi traumatici permangono nel tempo, inscrivendosi negli edifici, negli spazi e nella memoria collettiva. Al contempo, tali ferite rivelano la struttura profonda del “corpo” urbano, mostrando materiali, tecniche costruttive e stratificazioni storiche altrimenti nascoste. Le immagini, statiche o dinamiche, delle distruzioni prodotte dai conflitti armati costituiscono, dal Novecento a oggi, una fonte di primaria importanza per la conoscenza del patrimonio costruito. Fotografie aeree, riprese militari, servizi giornalistici e campagne promosse da istituzioni pubbliche o soggetti privati compongono uno straordinario ma frammentato archivio, da cui è possibile ricostruire le trasformazioni dei tessuti urbani e dei singoli edifici. L’utilizzo di tale prezioso materiale pone, tuttavia, rilevanti questioni storiografiche, metodologiche e giuridiche, che è necessario affrontare criticamente. La sessione intende interrogare il rapporto tra rappresentazione della distruzione e conoscenza del costruito. Le immagini, nel registrare gli effetti dei bombardamenti, offrono informazioni uniche su soluzioni costruttive non altrimenti riconoscibili, sull’entità e la tipologia dei danni ma anche sui quadri fessurativi e deformativi a essi associati. Ciò risulta fondamentale non solo per la storia della costruzione, ma anche per la valutazione della vulnerabilità e per nuove prospettive progettuali. La sessione si configura come spazio di confronto interdisciplinare sull’uso delle immagini dei danni bellici come fonti, accogliendo contributi di storici, architetti, ingegneri, geomatici e giuristi. Particolare attenzione sarà rivolta all’impiego delle immagini negli studi storici, nei sistemi informativi territoriali, nelle ricostruzioni digitali, nei processi di valutazione dello stato di conservazione e nei modelli interpretativi e predittivi. Le immagini saranno lette non solo come testimonianze della distruzione, ma anche come basi conoscitive per riconoscere vulnerabilità, comprendere dinamiche di danno e orientare pratiche di prevenzione, tutela e intervento sul patrimonio costruito in contesti di crisi. Saranno considerati contributi relativi a diversi contesti geografici e cronologici, con interesse per proposte comparative e interdisciplinari. L’obiettivo è promuovere una riflessione critica sull’uso delle immagini dei danni bellici come strumenti di conoscenza del costruito storico, evidenziandone il ruolo non solo documentario ma anche quello di produzione di saperi utili alla tutela del patrimonio costruito.
2.16. Danni bellici e giardini storici: perdite, danneggiamenti, lacune istituzionali e riparazioni. Casi dalla Seconda Guerra Mondiale ai conflitti contemporanei
Coordinatori: Maria Vitiello (Sapienza Università di Roma); Paola Branduini (Politecnico di Milano); Stefania Landi (Politecnico di Milano)
Email: maria.vitiello@uniroma1.it; paola.branduini@polimi.it; stefania.landi@polimi.it
Descrizione sessione
Il secondo conflitto mondiale ha rappresentato per il patrimonio dei giardini storici un evento traumatico, le cui conseguenze si sono protratte ben oltre la cessazione delle ostilità. La peculiare vulnerabilità di questa categoria di beni culturali, che risiede nella natura intrinsecamente composita e indivisibile delle sue componenti architettoniche, botaniche, artistiche e tecnologiche, ha fatto sì che i giardini storici non solo subissero le condizioni belliche senza alcuna protezione, ma riportassero anche danni irreversibili. Già sul piano normativo, la risposta istituzionale italiana nell’immediatezza della guerra si rivelò strutturalmente inadeguata alla specificità del patrimonio storico dei giardini, e questo, forse, fu uno dei motivi per cui i danni subiti da tale patrimonio furono molteplici e non si limitarono agli effetti diretti dei bombardamenti, bensì furono ampi e pervasivi. Accanto alla distruzione aerea, i giardini storici subirono quattro forme di compromissione più silenziose ma altrettanto devastanti: l’occupazione militare prolungata, il taglio degli alberi, l’indisponibilità finanziaria per la loro successiva sistemazione e le politiche urbanistiche che, nella fase di ricostruzione, sacrificarono vasti comprensori verdi a favore di nuovi insediamenti. Da una parte abbiamo i bombardamenti, dall’altra le truppe italiane, tedesche e alleate che si stanziarono in numerose ville storiche, utilizzandone i parchi come accampamenti, depositi di munizioni, ospedali da campo o piste carrabili. Ne derivarono la distruzione sistematica della vegetazione, il danneggiamento di fontane e arredi scultorei, la manomissione delle strutture idrauliche: apparati la cui riparazione richiedeva competenze tecniche specialistiche e risorse economiche raramente disponibili nell’immediato dopoguerra. I giardini botanici di Ventimiglia rappresentano forse uno degli episodi più documentati delle devastazioni belliche, ma non mancano esempi di giardini violati in tutt’Italia. Questa sessione si pone l’obiettivo di raccogliere contributi volti a esaminare comparativamente casi italiani del secondo conflitto mondiale e del contesto europeo coevo, con particolare riferimento ai complessi paesaggistici europei, ma anche dei conflitti armati contemporanei, per i quali il problema si ripropone con connotati sostanzialmente analoghi quanto inediti (in Ucraina, il conflitto in corso dal 2022 ha prodotto effetti diretti e indiretti sul patrimonio paesaggistico di straordinaria rilevanza: quasi il 40% delle aree protette o di importanza ecologica del Paese è stato occupato, con danni che includono distruzioni e terreni minati), al fine di ricomporre un quadro quanto più ampio e articolato dei danni bellici subiti dai giardini e delle loro successive riparazioni, andando così a colmare una lacuna storica e culturale.
2.17. Generazione ricostruzione. Infanzia e progetto tra le macerie del secondo dopoguerra
Coordinatori: Francesca Rognoni (Politecnico di Milano); Aurora Pizziolo (Università Iuav di Venezia); Francesca Usai (Università Iuav di Venezia)
Email: francesca.rognoni@polimi.it; apizziolo@iuav.it; fusai@iuav.it
Descrizione sessione
“Si tratta di considerare la scuola come la più gelosa matrice dei diritti dell’uomo […] e bisogna che ogni cittadino insista perché nell’attuale ricostruzione del Paese quest’opera della scuola sia affrontata con la dovuta energia in ogni settore.” Con queste parole Ernesto Nathan Rogers, all’epoca direttore di “Domus”, introduce nel 1947 – in un momento in cui l’Europa si risolleva dalle ferite dalla guerra – il numero monografico della rivista dedicato all’“architettura educatrice”. Consapevole che la guerra non aveva lasciato nelle città europee solo macerie fisiche, ma anche ferite inferte alla comunità, Rogers sottolinea l’urgenza di avviare un dibattito su questo tema nella complessa fucina della ricostruzione; proponendo di offrire all’infanzia ambienti di profonda qualità architettonica, capaci non solo di superare la distruzione materiale, ma anche di generare nuovi processi di vita comunitaria. “Ricostruzione” non significa dunque solo ripristino di edifici, ma anche definizione di nuovi assetti sociali collettivi. In questo scenario, le riflessioni di Rogers si legano a un dibattito internazionale che aveva nella figura di Alfred Roth una fondamentale riferimento. Con il suo volume “Das Neue Schulhaus” (1950) Roth, che lavora sul tema sin dagli anni Trenta, propone infatti di conferire alle scuole una valenza politica capace di dare forma alla nuova società. Nel panorama post-bellico, scuole, asili, case per l’infanzia, villaggi per orfani e centri educativi assumono dunque un ruolo che trascende la mera funzione assistenziale, assumendo un vero e proprio valore politico, mentre bambine e bambini – destinati a ereditare e trasformare le città ricostruite – divengono i soggetti sui quali vengono proiettate le maggiori aspettative di rifondazione sociale. Il panel vuole affrontare il problema del rapporto tra ricostruzione, politica e architettura assumendo come campo di analisi quello dell’edilizia scolastica, riconosciuta come strategica nell’affrontare la ricostruzione e la creazione di una nuova comunità civile dopo le devastazioni del totalitarismi e della guerra. La sessione intende accogliere i contributi che approfondiscono la dimensione politica delle architetture per l’istruzione, indagando progetti e programmi rivolti all’infanzia nei contesti post-bellici, tenendo in attenta considerazione anche il significato che in tali progetti assume il rapporto con la presenza – materiale e simbolica – delle macerie. Particolare attenzione sarà rivolta ai casi italiani e internazionali in cui gli spazi per la cura dei minori si sono configurati come ambiti di sperimentazione architettonica e sociale, traducendo la condizione di incertezza in un progetto politico di futuro.
2.18. Le mani sulla città. Speculazione edilizia, qualità architettonica e resistenze culturali nell’Italia del secondo Novecento
Coordinatori: Francesca Castanò (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli); Ornella Cirillo (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli); Denise Ulivieri (Università di Pisa)
Email: francesca.castano@unicampania.it; ornella.cirillo@unicampania.it; denise.ulivieri@unipi.it
Descrizione sessione
Il secondo dopoguerra italiano consegna alle città una condizione di radicale vulnerabilità: le ferite belliche, la pressione demografica, la velocità dell’inurbamento e la debolezza degli strumenti normativi aprono uno spazio nel quale interessi privati, rendita fondiaria e complicità istituzionali trovano terreno fertile. La ricostruzione non è solo un processo tecnico di riparazione del danno, ma un campo di forze in cui si confrontano visioni opposte della città: da un lato la logica della rendita, che trasforma il suolo urbano in merce; dall’altro istanze di qualità, di controllo pubblico, di progetto inteso come atto culturale e civile. La sessione intende affrontare questo nodo nella sua duplice dimensione: la speculazione come “attacco” alla città – nelle sue forme più evidenti come in quelle più opache, dalle varianti ai piani regolatori alle concessioni in deroga, fino alla cancellazione di paesaggi urbani sedimentati – e le resistenze architettoniche, culturali e istituzionali che in vario modo vi si opposero, dai piani urbanistici di qualità alle battaglie intellettuali condotte da architetti, critici e amministratori. Il titolo del film di Francesco Rosi del 1963, Le mani sulla città, ha esercitato un’influenza duratura non solo sull’immaginario collettivo ma sulla stessa storiografia del fenomeno speculativo italiano, contribuendo a sedimentare una lettura che tende a localizzare geograficamente il problema nel Mezzogiorno e a Napoli, nonché declinarlo nei termini di una complicità tra criminalità, rendita e potere politico locale. Una lettura potente nella sua forza di denuncia, ma che nel tempo ha finito per funzionare come una griglia interpretativa precostituita, orientando la ricerca verso determinati contesti e oscurandone altri. Interrogarsi su quanto quella metafora abbia condizionato, e in qualche misura limitato, la storiografia significa aprire uno spazio critico necessario: chiedersi cosa sia rimasto fuori campo, quali geografie e quali meccanismi non siano stati indagati perché non corrispondevano al modello narrativo consegnato dal film. La sessione assume quindi Le mani sulla città non come punto di arrivo interpretativo ma come caso storiografico da cui ripartire criticamente. La sessione raccoglierà contributi capaci di illuminare questa dialettica in contesti e scale differenti – dalla ricostruzione postbellica agli anni Ottanta – privilegiando approcci che integrino storia dell’architettura, storia urbana e storia delle politiche del territorio, per restituire la complessità di una stagione in cui la città italiana fu insieme ferita e terreno di resistenza, oggetto di predazione e laboratorio di idee.
2.19. Dalle epidemie alla cura quotidiana: l’architettura sanitaria nelle città italiane (XIX-XX secolo)
Coordinatori: Luisa Ferrari (SC Anatomia Patologica, ASL AT); Mariano Martini (Università degli Studi di Genova)
Email: luisa_ferrari@libero.it; mariano.martini@unige.it
Descrizione sessione
Riunendo prospettive provenienti dalla storia della medicina, dalla storia urbana, dalla storia sociale e dalla storia dell’architettura, questa sessione esamina le strutture sanitarie come luoghi in cui il sapere scientifico, le pratiche mediche e le politiche della salute si intrecciano con più ampi processi di cambiamento sociale e di trasformazione dello spazio urbano. La sessione invita contributi che esplorino tali intersezioni in diversi contesti storici e attraverso differenti approcci metodologici. In che modo ospedali, luoghi di isolamento e strutture specializzate hanno contribuito alla trasformazione della città contemporanea, sia nelle fasi di emergenza determinate dalle grandi epidemie sia nella gestione ordinaria della cura, della prevenzione e dell’assistenza? Quale ruolo hanno assunto, oltre che come spazi destinati alla cura della malattia, come istituzioni capaci di incidere sull’organizzazione sociale, sui rapporti tra salute pubblica e amministrazione urbana, sulle pratiche assistenziali e sulla configurazione fisica della città? A partire da casi emblematici come le strutture ospedaliere genovesi – Pammatone, l’Ospedale degli Incurabili e il complesso di San Martino – la sessione intende ampliare lo sguardo verso altri contesti italiani, favorendo una riflessione comparativa sulla storia degli spazi della cura. Fra gli aspetti su cui la sessione propone di discutere: l’evoluzione delle strutture di cura in relazione al concetto di malattia fisica e mentale, allo sviluppo della scienza medica, agli stati emergenziali socio-sanitari e al ruolo delle specializzazioni mediche.
2.20. Città sotto attacco: architettura, infrastruttura ed evoluzione della difesa urbana dal XX al XXI secolo
Coordinatori: Giusi Ciotoli (Ricercatrice indipendente); Marianna Charitonidou (National Technical University of Athens); Marco Falsetti (Università degli Studi di Napoli Federico II); Raffaele Pontrandolfi (Università degli Studi Roma Tre)
Email: ciotoligiusi@gmail.com; m.charitonidou@icloud.com; marcofalsetti.arch@gmail.com; raffaele.pontrandolfi@uniroma3.it
Descrizione sessione
Nel corso del XX secolo, l’insorgere di inedite modalità di conflitto ha radicalmente trasformato il rapporto tra tecnologia militare, architettura e città. Bombardamenti strategici e armi devastanti hanno spinto architetti, ingegneri e pianificatori a considerare lo spazio urbano come un campo di battaglia; tutto ciò ha condotto allo sviluppo di nuovi materiali, tecniche e sistemi di difesa quali rifugi, bunker, casematte, torri antiaeree (flaktürme) e strutture sotterranee. La caratteristica distintiva di queste tipologie risiede in una natura dicotomica – tra visibile e nascosto – all’interno del tessuto urbano: in alcuni casi, esse rimodellano intere sezioni del paesaggio urbano; in altri, invece, sono celate nelle profondità del sottosuolo, rafforzando l’ambivalenza tra internità ed esternità. A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, i sistemi di difesa urbana hanno assunto un ruolo duplice, funzionando al contempo come installazioni militari e strumenti di protezione civile. Le infrastrutture esistenti (reti metropolitane, i tunnel, i seminterrati ed edifici pubblici) sono state spesso adattate per fornire un rifugio temporaneo, specialmente all’inizio di un conflitto. Ma qualora la guerra si protragga e la minaccia di attacco resti costante, si rende necessario trasferire ciò che si trova in superficie in aree sotterranee o difese in modo permanente: è questa l’architettura degli shelter, delle fabbriche e dei bunker underground che raggiunge, nei casi più elaborati, la scala dell’“atomic urbanism”, con intere città sotterranee progettate o costruite nel corso della Guerra Fredda. Quest’ultimo fenomeno, in particolare, ha originato un processo responsabile di una condizione architettonica e urbana nettamente definita, all’interno della quale l’underground rappresenta un dominio strategico per l’abitazione, la produzione e la governance. La minaccia di una guerra nucleare ha portato alla costruzione di strutture sotterranee pienamente funzionali, progettate per garantire la continuità del governo e la sopravvivenza dei civili in caso di attacco. La sessione si propone di indagare la genesi, l’evoluzione e la trasformazione delle architetture e delle infrastrutture di difesa urbana, anche alla luce dei conflitti più recenti – caratterizzati dalla presenza massiccia di armi inedite, quali droni e missili ipersonici – esaminando come l’evoluzione delle tecnologie militari continui a modellare la città e, di conseguenza, il suo spazio difensivo.
2.21. Oltre la ricostruzione. Pratiche informali di cura, memoria e patrimonializzazione della città ferita
Coordinatori: Giulia De Lucia (Politecnico di Torino); Rolando Volzone (ISCTE – Instituto Universitário de Lisboa)
Email: giulia.delucia@polito.it; rolando_volzone@iscte-iul.pt
Descrizione sessione
Le città ferite sono spesso osservate dalla storiografia storica attraverso le grandi operazioni di ricostruzione e rifondazione urbana, le politiche pubbliche di emergenza, gli interventi di restauro e le strategie istituzionali di salvaguardia del patrimonio urbano. Tuttavia, la ripresa di una città dopo una crisi non si esaurisce nelle iniziative promosse dalle autorità. Accanto ai programmi di ricostruzione e alle politiche di riparazione emergono infatti pratiche spontanee, informali e non istituzionalizzate di cura che coinvolgono edifici, monumenti, spazi pubblici e luoghi della memoria colpiti dalla distruzione, dal degrado o dall’abbandono. Nei contesti di crisi, tali pratiche rappresentano spesso una risposta immediata alle ferite materiali e simboliche che attraversano gli spazi urbani. Attraverso azioni di manutenzione, protezione, riparazione, presidio, commemorazione o riappropriazione di edifici e luoghi danneggiati, individui, comunità e gruppi sociali contribuiscono non soltanto alla conservazione del patrimonio urbano, ma anche alla ricostruzione dei legami tra memoria culturale, identità collettive e appartenenza ai luoghi. La cura si configura così come una forma di resilienza urbana che affianca e talvolta precede gli interventi istituzionali, concorrendo alla ricomposizione delle fratture prodotte dal trauma. I gesti di cura, spesso circoscritti e apparentemente marginali, consentono inoltre di osservare i processi attraverso cui le comunità attribuiscono valore ai luoghi feriti. La volontà di proteggerli, curarli o conservarne la materialità può produrre nuove forme di riconoscimento patrimoniale e contribuire alla ridefinizione dei significati associati ai luoghi. La sessione accoglie contributi fondati su metodi e strumenti propri della ricerca storica, ma aperti all’impiego di fonti non convenzionali e integrative rispetto a quelle tradizionali, senza limitazioni di carattere cronologico o geografico. Pur nella consapevolezza delle difficoltà di individuazione, raccolta e sistematizzazione di tali testimonianze – in particolare delle fonti orali o memoriali – la sessione intende favorire una riflessione sul loro potenziale conoscitivo per approfondire il ruolo delle pratiche spontanee di cura nei processi di ricostruzione delle città ferite e il complesso rapporto tra storia, memoria e comunità urbana.
2.22. Paesaggi urbani storici sotto pressione: tutela, conservazione e pianificazione nel XXI secolo
Coordinatori: Marco Bussoli (Università degli Studi di Ferrara); Veronica Balboni (Università degli Studi di Ferrara); Giorgia Ranieri (Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti – Pescara)
Email: marco.bussoli@unife.it; veronica.balboni@unife.it; giorgia.ranieri@phd.unich.it
Descrizione sessione
Il paesaggio urbano storico, inteso come stratificazione di attributi materiali, culturali e naturali nella città, è sempre più centrale nel dibattito sulla conservazione. Gli avvenimenti geopolitici e culturali internazionali del secolo scorso hanno segnato profondamente lo sviluppo dell’ambiente antropizzato, comportando in un primo momento la necessità di codificare principi quali la conservazione integrata e successivamente orientando la pianificazione al coinvolgimento dei cittadini, capaci di generare contributi significativi per l’ambiente costruito e naturale. Questi e altri principi, sanciti dalla Convenzione di Faro, emanata dal Consiglio d’Europa nel 2005, hanno concorso allo sviluppo di un approccio olistico orientato alla fusione degli aspetti sociali, economici e culturali del paesaggio, nelle sue accezioni rurale, urbana e storica. Le Raccomandazioni sull’Historic Urban Landscape varate da UNESCO nel 2011 segnano un punto di svolta su questo tema: lo spazio urbano è sempre più minacciato da pressioni, quali il cambiamento climatico, i processi migratori e l’over-tourism, che impongono una sostanziale trasformazione dell’ambiente urbano, mettendo a rischio la conservazione degli elementi che lo compongono e lo caratterizzano. La direzione operativa auspicata prevede l’integrazione della conservazione nella pianificazione della città, in modo che il suo ruolo sia centrale nella definizione di strategie per lo sviluppo e l’adattamento, anche attraverso il coinvolgimento delle comunità, accogliendo i dettami di Faro. Il patrimonio culturale diventa così elemento strutturale all’interno dello spazio urbano, senza essere manomesso o svilito da soluzioni progettuali inadeguate. L’obiettivo non è congelare la città, ma governare i processi di trasformazione attraverso azioni calate nell’ambiente urbano e nelle sue specificità. La sessione riflette sul progetto di conservazione alla scala urbana e partecipativa, raccogliendo interventi che si pongono a confronto con la gestione della trasformazione della città e delle scelte che ne costituiscono progressivamente il suo sviluppo; con la tutela e la conservazione di spazi urbani storici, antropizzati e naturali. In quest’ottica, saranno accolte le proposte che mettano in luce quanto l’attenzione agli elementi che caratterizzano lo spazio urbano possano rispecchiarne l’appartenenza territoriale e il rapporto con le comunità che lo vivono e che lo curano.
2.23. Dopo il trauma. Ricostruzione, memoria e trasformazione urbana nelle città colpite dal sisma tra XX e XXI secolo
Coordinatori: Clara Verazzo (Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara); Claudia Aveta (Università di Pisa)
Email: clara.verazzo@unich.it; claudia.aveta@unipi.it
Descrizione sessione
I terremoti costituiscono momenti di rottura capaci di ridefinire profondamente l’organizzazione materiale e simbolica della città. Alla distruzione del patrimonio edilizio e degli spazi della vita collettiva seguono processi di ricostruzione che non si limitano a riparare il danno subito, ma producono nuove configurazioni urbane, nuovi equilibri sociali e differenti interpretazioni del rapporto tra conservazione e innovazione. La sessione intende raccogliere contributi che esplorino il nesso tra evento sismico, trasformazione della forma urbana e pratiche di tutela del patrimonio attraverso casi studio italiani riferibili al XX e al XXI secolo. L’obiettivo è analizzare come le crisi abbiano agito come fattore di accelerazione di processi già in atto o come occasione per sperimentare nuovi modelli di pianificazione, strategie di restauro e approcci progettuali inediti. In particolare, la sessione mira a evidenziare come i terremoti abbiano generato momenti di riflessione critica sul rapporto tra sicurezza, conservazione del costruito e riconfigurazione della città, mostrando come le preesistenze possano assumere un ruolo attivo nei processi di ricostruzione e trasformazione, al di là di logiche di mera conservazione o di semplice sostituzione. Attraverso il confronto tra differenti esperienze, la sessione intende offrire uno spazio di discussione sulle pratiche che hanno orientato la ricostruzione post-sismica, facendo emergere le tensioni e le opportunità che si sviluppano tra memoria, progetto e trasformazione urbana. In questa prospettiva, le città colpite dal sisma si configurano come osservatori privilegiati per comprendere le modalità attraverso cui le società hanno interpretato il trauma, negoziato il rapporto con le proprie preesistenze e ridefinito le forme dell’abitare e dello spazio urbano.
2.24. Memoria e dissesto: interpretare le vulnerabilità attraverso le storie costruttive degli aggregati edilizi
Coordinatori: Elena Zanazzi (Università Iuav di Venezia); Paolo Faccio (Università Iuav di Venezia); Lia Ferrari (Università di Parma); Luca Sbrogiò (Università degli Studi di Padova); Isabella Zamboni (Università Iuav di Venezia)
Email: ezanazzi@iuav.it; faccio@iuav.it; lia.ferrari@unipr.it; luca.sbrogio@unipd.it; izamboni@iuav.it
Descrizione sessione
La sessione intende indagare la dimensione materiale della “città ferita” attraverso l’analisi delle trasformazioni degli edifici in aggregato e delle loro conseguenti vulnerabilità strutturali. In coerenza con i temi trattati nella macro-sessione 2, Attaccare e difendere la città, la proposta legge la fragilità del costruito non semplicemente come un dato statico o quantitativo, ma come l’esito di secolari processi di trasformazione, riparazione e riorganizzazione spesso avvenuti dopo eventi traumatici._x000D_ Il fulcro del dibattito è l’organismo edilizio in aggregato, inteso come palinsesto storico in continua evoluzione. Si sollecitano contributi che analizzino come le trasformazioni avvenute nel tempo – dalle aggregazioni per saturazione alle modifiche legate a esigenze d’uso – abbiano inciso sulla sicurezza di tali fabbriche. Saranno inoltre di particolare interesse studi che tengano conto del carattere recidivante e progressivo del danno, in quanto quadri fessurativi storici possono definire tracciati preferenziali di dissesti futuri, segnando la memoria fisica dell’edificio._x000D_ La sessione promuove quindi un approccio interdisciplinare che integri la storia della costruzione con i metodi e strumenti conoscitivi propri del restauro architettonico. Sono benvenute ricerche che applichino letture qualitative – studi su tecniche materico-costruttive e rispetto della regola dell’arte come sistema di presidio, analisi della qualità muraria e metodo stratigrafico – per decodificare il comportamento strutturale attuale come riflesso della biografia dell’edificio. Il confronto è aperto anche all’analisi critica delle trasformazioni più recenti, in particolare di quelle soluzioni tecnologiche, tipiche del XX secolo, che, pur nate con intenti riparatori, si sono rivelate perniciose, introducendo ulteriori vulnerabilità nel tessuto storico. _x000D_ L’obiettivo finale è dimostrare come la comprensione profonda della storia trasformativa possa configurarsi come uno strumento in grado di interpretare correttamente il reale comportamento strutturale della fabbrica e quindi di supportare efficaci strategie di conservazione programmata e politiche di mitigazione del rischio con ricadute positive anche a scala urbana.
2.25. Canali urbani. Crisi idrauliche, difese e discontinuità
Coordinatori: Silvia La Placa (Università di Pavia); Nannan Dong (Tongji University, China)
Email: silvia.laplaca@unipv.it; dongnannan@tongji.edu.cn
Descrizione sessione
Nel quadro del XIII Congresso AISU dedicato al tema della “città ferita”, la sessione propone una riflessione sui canali urbani e sulle reti d’acqua artificiali come elementi centrali nella storia delle trasformazioni della città. Per secoli, i canali hanno avuto un ruolo fondamentale nell’organizzazione degli insediamenti: hanno sostenuto commerci e attività produttive, regolato la distribuzione delle risorse, definito sistemi difensivi e contribuito alla costruzione stessa del paesaggio urbano. La loro storia è però anche una storia di crisi e di profonde alterazioni. Alluvioni, cedimenti, interramenti, guerre, inquinamento, mutamenti igienici e trasformazioni economiche hanno spesso modificato o cancellato reti idrauliche che per lungo tempo avevano costituito parti essenziali della vita urbana. In molti casi, i canali sono stati percepiti come problemi da eliminare; in altri, sono tornati al centro di politiche di recupero e di nuove forme di valorizzazione. La sessione invita quindi gli studiosi a interrogarsi sul rapporto tra città e acqua attraverso casi di studio che mettano in evidenza momenti di rottura, adattamento e riuso. Particolare interesse sarà rivolto alle conseguenze che le trasformazioni dei sistemi idraulici hanno avuto sulla forma della città, sull’organizzazione sociale, sulla memoria collettiva e sulle rappresentazioni dello spazio urbano. Saranno accolti contributi relativi a differenti contesti geografici e cronologici, con attenzione ai rapporti tra infrastrutture idrauliche, trasformazioni ambientali e vicende urbane. La sessione intende inoltre favorire il confronto tra prospettive provenienti dalla storia dell’architettura, dalla storia urbana, dalla storia ambientale, dalla geografia storica e dagli studi sul patrimonio. Tra i temi proposti:
– adattamento climatico e nuove politiche dell’acqua. Attraverso esempi specifici e riflessioni di carattere più generale, la sessione vuole offrire un’occasione di confronto sul significato che i canali hanno assunto nella costruzione e nelle trasformazioni della città, mettendo in luce come le “ferite” legate all’acqua abbiano lasciato tracce profonde nella storia urbana e nei paesaggi contemporanei.
– canali urbani e sistemi difensivi;
– trasformazioni delle reti idrauliche tra età moderna e contemporanea;
– alluvioni, emergenze e gestione delle acque;
– interramento dei canali e ridefinizione dello spazio urbano;
– acqua, industria e infrastrutture;
– controllo politico e militare delle reti idriche;
– igiene urbana e trasformazioni sanitarie;
– immagini, narrazioni e memorie dei paesaggi d’acqua;
– recupero e riuso dei canali storici;
2.26. La città e le dinamiche geo-idrologiche. Storia urbana, fragilità ambientali e pianificazione del territorio
Coordinatori: Martino Terrone (Comune di Genova); Francesco Faccini (Università degli Studi di Genova)
Email: mterrone@comune.genova.it; francesco.faccini@unige.it
Descrizione sessione
Molte città europee sono il risultato di processi plurisecolari di trasformazione nei quali le modificazioni dell’ambiente naturale e la progressiva costruzione dello spazio urbano si sono profondamente intrecciate. In particolare, dalla seconda metà del XIX secolo, la crescita delle città e le nuove esigenze infrastrutturali, igieniche e funzionali hanno determinato interventi capaci di modificare radicalmente il paesaggio: deviazioni, restringimenti e tombinature dei corsi d’acqua, trasformazioni dei versanti, realizzazione di opere di sostegno, nuove strade, piazze e quartieri hanno ridefinito il rapporto tra città e territorio. Queste trasformazioni, spesso sedimentate e oggi poco riconoscibili, continuano tuttavia a incidere sulle condizioni di vulnerabilità urbana. Fenomeni quali sprofondamenti della sede stradale legati alla presenza di corsi d’acqua tombinati, instabilità dei terreni, movimenti franosi o cedimenti di opere di sostegno mostrano come la storia materiale della città rappresenti un elemento essenziale per comprendere i rischi geo-idrologici contemporanei, e viceversa. La sessione mira ad avviare una discussione interdisciplinare sul rapporto tra trasformazioni storiche dello spazio urbano e fragilità ambientali, favorendo il dialogo tra storia dell’architettura e della città, archeologia urbana, geologia e geomorfologia. La ricostruzione delle stratificazioni e delle modificazioni del territorio può così diventare uno strumento fondamentale non solo per comprendere l’evoluzione della città, ma anche per orientare strategie consapevoli di tutela, gestione e pianificazione dello spazio urbano contemporaneo.
2.27. Il tempo lungo dei disastri climatici. Riscaldamento globale e apprendimento urbano
Coordinatori: Claudio Marciano (Università degli Studi di Genova); Stefania Mangano (Università degli Studi di Genova); Alessandro Sciullo (Università di Torino)
Email: claudio.marciano@unige.it; stefania.mangano@unige.it; alessandro.sciullo@unito.it
Descrizione sessione
Il clima ha sempre rappresentato una variabile fondamentale nei processi di distruzione, trasformazione e ricostruzione delle città. Tuttavia, nella presente fase storica, il cambiamento climatico antropogenico non costituisce più soltanto una variabile “naturale”: esso modifica frequenza, intensità e distribuzione spaziale dei fenomeni estremi, ridefinendo le condizioni di sopravvivenza materiale, istituzionale e simbolica delle città contemporanee. Il recente Lancet Countdown Europe 2026 mostra come tali trasformazioni stiano già producendo effetti socio-sanitari ed economici profondi. Una parte significativa di questi effetti resta tuttavia scarsamente riconosciuta nello spazio pubblico proprio perché non riconducibile a singoli eventi catastrofici chiaramente identificabili. Questa prospettiva richiama la nozione di long problems (Hale): problemi nei quali cause ed effetti risultano separati temporalmente e spazialmente, rendendo difficile costruire consenso politico, attribuire responsabilità e generare capacità d’azione nel presente. La conseguenza è che l’adattamento prevale sulla prevenzione, la resilienza sulla sostenibilità. La sessione propone di interpretare il cambiamento climatico come una peculiare forma di “ferita urbana”: non necessariamente prodotta da un singolo evento eccezionale, ma da un processo cumulativo, persistente e spesso invisibile. La sua dinamica temporale mette in crisi la capacità di riconoscere rapporti di causalità e di costruire legittimità attorno ad azioni costose nel presente, i cui benefici emergeranno solo nel lungo periodo. Il focus della sessione non riguarda dunque soltanto il cambiamento climatico come oggetto empirico, ma più radicalmente il problema del tempo nelle società contemporanee e nelle pratiche di governo urbano. Non si tratta soltanto di studiare come eventi passati producano effetti nel presente, ma anche di comprendere come il futuro agisca sul presente attraverso scenari previsionali, modelli climatici, pratiche di foresight, dispositivi di allerta e politiche preventive. La sessione invita contributi disciplinari o interdisciplinari che affrontino:
- riflessioni teoriche e metodologiche sullo studio dei long problems e delle temporalità del rischio climatico;
- ricostruzioni di processi climate-related nella storia recente che abbiano prodotto impatti materiali, sanitari, economici o sociali;
- studi sulle forme di previsione, anticipazione e foresight nelle politiche urbane e territoriali;
- analisi di processi di apprendimento, adattamento e trasformazione urbana sviluppati in risposta agli impatti climatici;
- comparazioni tra città, regioni e contesti nazionali, per evidenziare come differenti risposte istituzionali abbiano prodotto diversi gradi di adattamento e resilienza.
Il XIII Congresso AISU (Genova, 7-10 settembre 2027) è organizzato da

