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5.1. Rappresentare, immaginare e performare il passato urbano contestato nelle città postmoderne

Coordinatori: Christos Bakalis (University of the Aegean); Emiliano Pettenò (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna); Elena Schipani (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)

Email: cbakalis@aegean.gr; emilianopetten@gmail.com; eleschip@gmail.com

Descrizione sessione

Gli spazi urbani non sono semplici depositi neutri di forme o significati, bensì territori composti da diversi livelli in cui vengono continuamente rappresentati, immaginati e messi in scena passati urbani molteplici e spesso contrastanti. Questi passati “contestati” vanno ben oltre le storie ufficiali o le narrazioni sul patrimonio culturale; essi comprendono infatti esperienze concrete di disuguaglianze sociali, stratificazione economica, esclusioni di genere, emarginazione, vulnerabilità e conflitti relativi all’accesso agli spazi urbani e alle risorse ambientali. In questa prospettiva, il “passato urbano contestato” coincide con un campo di tensione molto dinamico in cui i significati sia materiali che simbolici vengono costantemente rielaborati. Questa sessione si propone di indagare come questi passati urbani contestati prendono forma attraverso un ampio spettro di pratiche di rappresentazione, immaginazione e performance. Tra queste rientrano le forme architettoniche e monumentali, la progettazione dello spazio pubblico, la fotografia, l’arte di strada, i graffiti, gli slogan, nonché gli eventi musicali e altre forme di performance nello spazio urbano. Tutte queste forme sono considerate mezzi analitici ed espressivi fondamentali, in grado sia di documentare che di (ri)costruire attivamente gli immaginari urbani. Un tema centrale di questa sessione è l’interazione tra produzione e ricezione: in che modo questi passati urbani contestati vengono rappresentati, immaginati e messi in scena, e come vengono percepiti, interpretati e vissuti dagli abitanti, dagli utenti e dai visitatori di una città? Questa doppia prospettiva permette di analizzare lo spazio urbano non solo come spazio di iscrizione, ma anche come arena di un’esperienza urbana incorporata e contestualizzata, in cui i significati vengono costantemente rinegoziati attraverso le pratiche quotidiane dell’abitare, del muoversi e dell’osservare la città. I contributi possono inoltre esplorare come queste dinamiche dialoghino con le questioni della gentrificazione, della turistificazione e della pianificazione urbana, nonché con la visibilità selettiva o l’emarginazione di entrambi i gruppi o le storie. Questa sessione accoglie approcci empirici, comparativi e teorici interdisciplinari provenienti dalla storia urbana, dalla geografia economica e culturale, dagli studi sul patrimonio, dagli studi urbani e sulle performance, dall’architettura e dagli studi visivi e fotografici, con particolare attenzione alle città segnate da conflitti sociali, politici e ambientali profondi e persistenti.

5.2. Siti che resistono alla categorizzazione: pratiche artistiche, grassroots e curatoriali nelle, sulle e con le infrastrutture urbane esauste

Coordinatori: Ines Moreira (Centro de Estudos Arnaldo Araújo, Porto); Beatriz Duarte (Universidade de Porto)

Email: inexmoreira@gmail.com; biaduarte13@gmail.com

Descrizione sessione

Questa sessione prende avvio da siti infrastrutturali feriti, intesi come formazioni urbane ibride in cui sistemi tecnici, ambienti costruiti, successione ecologica, memorie collettive e usi pubblici informali restano instabili. Tra questi rientrano spazi industriali del XX secolo abbandonati o obsoleti, recinti demilitarizzati, suoli contaminati, cantieri incompiuti, bacini di raccolta delle acque piovane e altri paesaggi antropogenici. Sistemi precedenti sono stati interrotti, svuotati, danneggiati o sospesi, mentre gli interstizi lasciati dall’abbandono possono diventare nuove formazioni ecologiche, sociali e relazionali. Spesso descritti come vacanti, degradati, residuali, latenti o in attesa, questi siti sono segnati da ambiguità, latenza e valore urbano instabile (Solà-Morales, 1995; Jorgensen e Keenan, 2012). Ciascuno porta con sé una specifica storia urbana di costruzione, uso, interruzione e abbandono, le cui tracce materiali, conflitti e eredità ecologiche invitano a nuovi approcci storiografici e metodologici. Le infrastrutture esauste sono siti in cui danno e possibilità coesistono, condensando storie di violenza, espropriazione e rivendicazioni incompiute accanto a forme inattese di vita e a semi per altri modi di abitare l’urbano (Stoetzer, 2022). Attingendo alla storia urbana, alla pratica spaziale critica, alla critica infrastrutturale, al pensiero ecocritico ed ecofemminista, la sessione si concentra su pratiche artistiche, curatoriali, pedagogiche e grassroots che si confrontano criticamente con questi siti di trauma e transizione. Invitiamo contributi che lavorino con danno, memoria, ecologia, cura e future-making, resistendo alla spettacolarizzazione della rovina. Il future-making è inteso oltre le visioni urbane astratte, come pratica situata per testare usi, protocolli, governance, manutenzione e interpretazione pubblica. Tali pratiche possono trasformare siti esausti in spazi comuni, prodotti collettivamente attraverso uso, negoziazione e immaginazione condivisa (Stavrides, 2019). Siamo interessati a metodi che lavorino con le lacune, i silenzi, i residui e le tracce, prendendosene cura attraverso progetti curatoriali, contro-archivi, archivi viventi, pedagogie di campo, testimonianza ecologica, camminate performative, pratiche di commoning e storytelling, avvicinando la città come laboratorio. La cura è trattata come un obbligo materiale e politico, che richiede un coinvolgimento prolungato con i siti danneggiati (Krasny, 2019). La sessione si interroga su come siti alterati, memorie collettive, ecologie ruderalI e infrastrutture esauste possano diventare strumenti per leggere e trasformare l’esaurimento urbano. Quali forme di azione urbana possono accogliere conflitto, perdita e incertezza, sperimentando futuri alternativi? Come possono pratiche artistiche, curatoriali e dal basso rendere visibili memorie, ecologie e rivendicazioni sociali inscritte nello spazio urbano?

5.3. Città europee in crisi: negoziare il futuro attraverso l’azione civica nel XX e XXI secolo

Coordinatori: Jasna Mariotti (Queen’s University Belfast); Kadri Leetmaa (University of Tartu); Gianni Talamini (Aalto University, Helsinki)

Email: j.mariotti@qub.ac.uk; kadri.leetmaa@ut.ee; gianni.talamini@aalto.fi

Descrizione sessione

In Europa e nel resto del mondo, le città sono nuovamente modellate da un contesto geopolitico complesso e instabile, segnato dal riemergenza di un conflitto su larga scala. La rinnovata enfasi sulle infrastrutture di difesa sta riconfigurando il modo in cui gli spazi urbani sono immaginati, governati e vissuti. Tali impostazioni stanno inoltre trasformando le città in luoghi di controllo e resilienza, in cui le priorità spaziali si allineano alle incertezze globali. In questo contesto, l’interruzione non è episodica, ma una condizione strutturante della vita urbana. È anche un processo che produce simultaneamente nuovi modelli spaziali, con le ferite urbane come luoghi di nuove condizioni urbane (Susser & Schneider, 2003). La città interrotta è dunque caratterizzata dalla coesistenza di distruzione e ricostruzione, e dal suo ruolo centrale nella definizione dell’ordine spaziale. La sessione intende indagare come le interruzioni – ambientali, economiche, sociali, culturali o politiche – influenzino le traiettorie urbane e mettano in discussione le narrazioni di continuità spaziale. Basandosi su contributi del XX e XXI secolo, essa considererà l’interruzione non come un evento temporale, ma come una condizione mediata (Hirst, 2005; Amin, 2015; Petrescu e Trogal, 2017). La sessione si propone inoltre di attivare un dialogo interdisciplinare sulle pratiche di resistenza nell’ambiente costruito, enfatizzando le dimensioni quotidiane della vita urbana in condizioni di incertezza. Queste pratiche rivelano come residenti, comunità e attori civici affrontino l’instabilità producendo attivamente forme di organizzazione spaziale e di azione politica, mettendo in discussione le risposte all’interruzione e offrendo spunti sulla resilienza urbana. Si invitano contributi che si confrontino criticamente con il concetto di interruzione in diversi contesti geografici. I temi possibili includono, ma non sono limitati a:
• il ruolo della crisi nells configurazione della forma urbana
• le risposte civiche alle interruzioni e le pratiche di cittadinanza attiva
• le modalità con cui iniziative e azioni dal basso sfidano le risposte top-down alle crisi
• la riconfigurazione dello spazio pubblico in condizioni di incertezza Attraverso l’integrazione di queste prospettive, la sessione mira a mettere in primo piano il carattere produttivo dell’interruzione nei processi di trasformazione urbana, esplorando come i futuri delle città vengano negoziati, contestati e immaginati.

5.4. Rivitalizzare la dimensione urbana: collaborazioni civico-accademiche nelle città post-conflitto del SWANA

Coordinatori: Parnian Nemati (Orta Doğu Teknik Üniversitesi, Ankara); Nima Tabrizi (TU Delft)

Email: parnian.nemati@metu.edu.tr; n.tabrizi@tudelft.nl

Descrizione sessione

Le città del SWANA (Southwest Asia and North Africa) sono scenari chiave in cui si negoziano le conseguenze di conflitti, crisi ambientali, migrazioni e collassi infrastrutturali. Le ferite urbane superano la distruzione fisica, causando dislocazione sociale e perdita della memoria collettiva. Il recupero post-conflitto innesca profonde frizioni tra governance d’emergenza dall’alto, pianificazione militarizzata e conservazione del patrimonio culturale. Queste pressioni ridisegnano le relazioni sociali, la governance e le pratiche quotidiane che sostengono la vita urbana e gli spazi storici.
Mentre il recupero segue spesso rigide agende di ricostruzione, cresce l’attenzione verso interventi collaborativi e sperimentali. Gli Urban Living Labs (ULL) e le collaborazioni intersettoriali uniscono ricercatori, autorità, società civile e comunità locali nella co-produzione di conoscenza e nella sperimentazione di risposte a sfide complesse, offrendo opportunità per ricostruire la fiducia e reimmaginare i futuri urbani.
Questa sessione esamina potenzialità e limiti delle collaborazioni civico-accademiche nel rilanciare la dimensione urbana e la resilienza trasformativa nel SWANA. Esplora come le istituzioni del sapere possano diventare partecipanti attivi contro frammentazione, disuguaglianze e governance contese, stimolando una riflessione critica su potere, inclusione e produzione di conoscenza in ambienti fragili.
Si privilegiano contributi che dimostrino come tali collaborazioni ripristinino l’agency urbana, rafforzino le capacità locali e generino visioni alternative. Invitiamo paper teorici, empirici o riflessioni pratiche su sperimentazione urbana, conservazione del patrimonio e iniziative comunitarie.Temi proposti: Collaborazione civico-accademica e co-produzione di conoscenza urbana. Urbicidio, violenza spaziale e conseguenze socio-politiche. Sfollamento, migrazione e negoziazione dell’appartenenza urbana. Governance partecipativa, pianificazione collaborativa e iniziative comunitarie post-crisi. Intersezionalità, giustizia spaziale e approcci inclusivi al recupero. Ricostruzione del patrimonio, pratiche di memoria e identità contese. Urban Living Labs per il recupero, la resilienza e la trasformazione. Università come attori attivi nel recupero post-conflitto.

5.5. Governare la città storica. I meccanismi di decision making nei siti del Patrimonio Mondiale UNESCO tra norme e negoziazione

Coordinatori: Alessio Re (Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura); Silvia Campailla (Comune di Genova)

Email: alessio.re@fondazionesantagata.it; scampailla@comune.genova.it

Descrizione sessione

Le città storiche iscritte nella Lista UNESCO costituiscono un osservatorio privilegiato sulle forme di governo dello spazio urbano contemporaneo, configurandosi come arene in cui si intrecciano strumenti normativi, dispositivi negoziali, pratiche partecipative e logiche di valorizzazione economica. L’iscrizione alla Lista del Patrimonio Mondiale attiva meccanismi di governance multilivello in cui istituzioni, attori privati, comunità ed enti internazionali condividono la responsabilità per la conservazione del patrimonio. In questo quadro i Piani di gestione operano come strumento di indirizzo e come esito dei processi di concertazione, dando forma misurabile alle azioni di tutela e valorizzazione. Privi di cogenza, la loro efficacia dipende dalla capacità di mobilitare attori, ancorarsi a strumenti urbanistici prescrittivi e far convergere istituzioni, privati e cittadini su obiettivi condivisi. La sessione muove dal caso di “Genova: Le Strade Nuove e il Sistema dei Palazzi dei Rolli” – sito che nel 2026 ha celebrato il ventennale dell’iscrizione e aggiornato il Piano di Gestione per il 2026-2030 – per estendere la riflessione ad altri contesti comparabili. L’obiettivo è discutere come la responsabilità per il patrimonio si distribuisca tra più soggetti, nel rapporto tra governo formale e governance negoziata. È a partire da questa prospettiva che la sessione intende affrontare temi strettamente connessi: partnership pubblico-private, valorizzazione culturale e turistica, ricadute sulle comunità e sviluppo locale, strumenti di tutela del patrimonio materiale e loro efficacia nelle trasformazioni dei tessuti storici. Si considerano di particolare interesse sguardi comparati su altri siti UNESCO nazionali e internazionali, analisi di conflitti e negoziazioni tra livelli istituzionali, ricerche su strumenti valutativi e processi partecipativi. La sessione esplora la governance dei siti UNESCO come terreno su cui misurare le forme del governo urbano: meno fondate sul vincolo, più dipendenti dalla capacità di costruire accordi tra istituzioni, attori economici e comunità. Una condizione che genera nuove tensioni ed equilibri nel tessuto urbano.

5.6. Musealizzare gli edifici storici. Progetti di recupero e nuove narrazioni

Coordinatori: Veronica Ghizzi (Musei civici di Mantova); Keoma Ambrogio (SABAP per la Città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara); Monica Preti (Fondazione Pistoia Musei)

Email: veronica.ghizzi@comune.mantova.it; keoma.ambrogio@cultura.gov.it; mpreti@pistoiamusei.it

Descrizione sessione

La presenza, all’interno del tessuto urbano, di edifici monumentali abbandonati, danneggiati o privati delle loro funzioni costituisce una particolare forma di “ferita” della città storica. Non si tratta soltanto di una frattura materiale – prodotta dal degrado fisico, da eventi traumatici, dalla perdita d’uso o dall’interruzione delle pratiche che avevano dato significato a quei luoghi – ma anche di una cesura nella continuità delle relazioni tra architettura, comunità e memoria collettiva. Il recupero e la trasformazione di questi spazi in musei, istituzioni culturali o luoghi comunque aperti alla fruizione pubblica rappresentano dunque operazioni complesse, nelle quali conservazione e progetto, tutela e nuove funzioni sono chiamati a confrontarsi. La rifunzionalizzazione non comporta necessariamente la cancellazione della ferita: può invece diventare un’occasione per conservarne e reinterpretarne le tracce, trasformando il monumento da testimonianza di una perdita a elemento attivo della città contemporanea. Attraverso casi studio distribuiti sul territorio italiano, la sessione intende interrogare le diverse modalità con cui siti storici segnati dall’abbandono, dalla distruzione, dalla dismissione o da processi di marginalizzazione sono stati recuperati e reinseriti all’interno di nuovi circuiti culturali e sociali. L’obiettivo è riflettere non tanto sugli esiti architettonici degli interventi, ma soprattutto sui processi attraverso cui il patrimonio ferito viene riconosciuto, selezionato, interpretato e restituito alla collettività. Particolare attenzione sarà rivolta al rapporto tra memoria della ferita e costruzione di rinnovati significati urbani: in che misura la trasformazione in museo o spazio culturale permette di mantenere leggibile la storia complessa di questi luoghi? E quando, al contrario, il recupero rischia di produrre una nuova immagine che attenua o cancella le tracce del trauma, dell’abbandono e delle trasformazioni subite?

5.7. Città (re)interpretate: il ruolo delle teorie pseudostoriche e pseudoarcheologiche nella costruzione della memoria urbana

Coordinatori: Federico Cammarota (Musei Civici di Treviso); Chiara Maria Marchetti (Ricercatrice indipendente)

Email: federico.cammarota1991@gmail.com; chiaramaria.marchetti@gmail.com

Descrizione sessione

La sessione intende analizzare il ruolo delle teorie pseudostoriche e pseudoarcheologiche nei processi di costruzione della memoria urbana; l’indagine si colloca su un piano di analisi storica, prendendo in esame le interpretazioni alternative del passato, con riferimento al periodo successivo alla standardizzazione del metodo scientifico tra XIX e XX secolo. La città viene considerata come un organismo storico stratificato, nel quale, tra XIX e XXI secolo, narrazioni fondate su metodi scientifici e riletture immaginarie hanno convissuto e si sono adattate a diversi contesti culturali e politici. Queste reinterpretazioni, pur divergenti, hanno contribuito in modo significativo alla definizione delle identità urbane. Le teorie pseudostoriche e pseudoarcheologiche non sono considerate fenomeni esclusivamente contemporanei, ma modalità ricorrenti di interpretazione del passato, presenti in diversi periodi storici. L’analisi adotta un approccio comparativo e diacronico, con l’obiettivo di individuare continuità e trasformazioni nei modi di costruzione e trasmissione del sapere storico. In questa prospettiva, la sessione intende indagare come tali narrazioni contribuiscano a rielaborare la memoria urbana, producendo immagini della città in tensione con la ricostruzione storiografica. L’analisi si estende fino all’età dell’intelligenza artificiale, intesa come nuovo contesto di produzione e diffusione del discorso sul passato, mantenendo un approccio fondato su criteri storico-critici. Accanto alla dimensione storico-culturale, la sessione affronta anche le implicazioni giuridiche legate alla costruzione e alla regolazione delle narrazioni sul passato. In particolare, si analizza come, nella storia europea, autorità politiche abbiano controllato la produzione e la circolazione del sapere storico attraverso norme, censura e sistemi di validazione delle fonti. Questi processi hanno contribuito a definire diversi regimi di verità pubblica. In questo quadro, le narrazioni pseudostoriche e pseudoarcheologiche possono essere interpretate come “ferite” della memoria urbana: semplificazioni o alterazioni che incidono sulla complessità documentaria della città e introducono rappresentazioni non verificabili.

5.8. Il paesaggio che cura la ferita. Spazio aperto e memoria condivisa nella città contemporanea

Coordinatori: Flavia Pastò (Politecnico di Milano); Alessandro Brunelli (Università degli Studi di Ferrara)

Email: flavia.pasto@gmail.com; alessandro.brunelli@unife.it

Descrizione sessione

La sessione intende riflettere sul ruolo del progetto di paesaggio e dello spazio aperto nella costruzione di memorie condivise relative a eventi traumatici che hanno segnato profondamente la città contemporanea: guerre, terrorismo, violenze politiche, catastrofi ambientali, disastri industriali e processi di trasformazione urbana conflittuali. In contesti urbani sempre più plurali per lingua, cultura, religione e appartenenza sociale, i tradizionali processi di monumentalizzazione e patrimonializzazione rischiano spesso di produrre narrazioni selettive, celebrative o escludenti, incapaci di rappresentare la complessità delle comunità contemporanee. La proposta mira a indagare come il progetto del paesaggio possa invece attivare forme di memoria collettiva accessibili, democratiche e inclusive. Elementi naturali e dispositivi spaziali – topografia, acqua, vegetazione, luce, materiali, percorsi e vuoti urbani – assumono infatti, in molti interventi contemporanei, il ruolo di un linguaggio universale e immediatamente leggibile, capace di dare voce alla dimensione parlante della materia e delle tracce del trauma, trasformando i luoghi feriti in spazi pubblici di elaborazione civile e di costruzione identitaria. Il paesaggio non viene quindi inteso come semplice componente decorativa o mitigatrice, ma come vera e propria infrastruttura narrativa e memoriale. La sessione intende inoltre interrogare il rapporto tra esperienza corporea dello spazio, pratiche quotidiane dell’abitare e costruzione della memoria urbana, mettendo al centro il ruolo dello spazio aperto come luogo di attraversamento, relazione e riconoscimento collettivo. In questa prospettiva, la natura e il progetto dello spazio pubblico possono contribuire a risemantizzare tracce traumatiche e frammenti urbani feriti, favorendo processi di ricucitura simbolica e sociale. Saranno accolti contributi teorici, storici e progettuali dedicati a memoriali urbani contemporanei, paesaggi del trauma, pratiche di risignificazione di spazi post-industriali, bellici o segnati da calamità naturali, nonché riflessioni sui processi di costruzione patrimoniale e identitaria nello spazio pubblico. Particolare attenzione sarà rivolta sia a casi italiani sia internazionali capaci di mostrare come il progetto di paesaggio possa contribuire alla costruzione di memorie condivise e transculturali nella città contemporanea

5.9. Margini feriti tra terra e acqua: memorie, patrimoni e rappresentazioni nei paesaggi costieri e nelle isole

Coordinatori: Claudia Pirina (Università degli Studi di Udine); Francesca Mugnai (Università degli Studi di Firenze)

Email: claudia.pirina@uniud.it; francesca.mugnai@unifi.it

Descrizione sessione

La sessione intende indagare i territori costieri e insulari nel rapporto tra spazio costruito, ambiente e memoria, assumendo la relazione tra terra e acqua quale matrice di forme insediative e costruzioni culturali, nonché condizione di vulnerabilità. In questa prospettiva, le isole sono intese come terre interne al mare, nodi di un continuum territoriale dinamico ed esposto, dove i confini tra naturale e artificiale si ridefiniscono e si incrinano. Coste e isole rappresentano sistemi complessi e stratificati in cui architetture, infrastrutture, paesaggi produttivi e insediamenti storici formano un patrimonio diffuso, esito di processi di lunga durata. Tali sistemi sono oggi attraversati da rapide trasformazioni: fenomeni di abbandono e dissoluzione delle pratiche locali, ma anche processi di riconversione economica e turistificazione che producono nuove forme di uso e rappresentazione dello spazio. A ciò si sovrappongono gli effetti climatici, che agiscono sulla “tenuta” dei territori – i versanti nelle isole, i bordi nei sistemi lagunari e costieri – mettendo in discussione la stabilità dei suoli e producendo ferite materiali e simboliche. All’interno di questo quadro, l’architettura è chiamata a confrontarsi con la conservazione critica del patrimonio, oggetto di narrazioni divergenti e contese tra comunità locali, economie globali e politiche territoriali. La sessione propone di leggere i territori tra terra e acqua come ecosistemi progettuali segnati da tensioni non sempre risolte, in cui l’architettura è pratica di mediazione tra elemento naturale e forme dell’abitare. A questa lettura si affianca un ulteriore livello di indagine, rivolto ai dispositivi di rappresentazione – cartografie, atlanti, narrazioni progettuali e letterarie – intesi come strumenti di interpretazione del territorio, capaci di rendere visibili flussi invisibili (sedimenti, acque, pratiche, mobilità) e di selezionare, occultare o enfatizzare ferite, sfruttamenti o abbandoni. In questa prospettiva, la costa e le isole emergono come spazi di contesa simbolica e progettuale dove si confrontano modelli differenti: conservazione versus trasformazione, infrastrutturazione versus rigenerazione ecologica, visioni antropocentriche versus approcci ecocentrici. La sessione intende quindi esplorare il ruolo dell’architettura nel ridefinire i rapporti tra terra e acqua come pratica culturale e narrativa capace di costruire immaginari e forme di abitabilità per i territori costieri e insulari contemporanei.

5.10. Architettura degli estremi I. Corpi, biopolitiche e nuove condizioni dell’abitare nell’era del cambiamento climatico

Coordinatori: Beatrice Moretti (Università degli Studi di Genova); Giorgia Aquilar (Whitecliffe University of Applied Sciences, Berlin); Giovanni Carli (Università degli Studi di Genova)

Email: beatrice.moretti@unige.it; aquilar@berlin-international.de; giovanni.carli@unige.it

Descrizione sessione

Negli ultimi decenni, la ricerca architettonica e urbana ha rivolto una crescente attenzione a territori tradizionalmente considerati marginali, inaccessibili ed eccezionali. Il cambiamento climatico, il degrado ambientale, la frammentazione sociale e l’instabilità geopolitica hanno trasformato diverse regioni del mondo in “ambienti estremi”: territori nei quali trasformazioni ecologiche, socio-politiche o infrastrutturali mettono in discussione le forme convenzionali dell’abitare e dell’urbanizzazione. Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul carattere eccezionale di tali condizioni, la sessione interpreta gli ambienti estremi come parte di una storia più ampia di pratiche, immaginari e forme dell’abitare che mettono in relazione memoria, esperienza quotidiana e possibilità future. Attraverso l’indagine delle relazioni storiche e contemporanee tra architettura, urbanizzazione e ambienti estremi, proponiamo di esaminare ciò che definiamo “architettura degli estremi”, intesa come una continua negoziazione tra limiti corporei e biopolitica, tra sopravvivenza e resilienza, tra vulnerabilità e ridefinizione delle condizioni di abitabilità. In questa sessione il tema degli estremi è affrontato attraverso la lente del progetto architettonico e urbano in contesti segnati dal cambiamento climatico, dallo sfruttamento delle risorse e dalle dinamiche geopolitiche, fattori che stanno ridefinendo gli equilibri delle aree fragili e delle comunità che le abitano. In questa prospettiva, diversi ambienti estremi – mari e oceani, deserti, foreste, territori montani, siti estrattivi, paesaggi della mobilità, ecc. – saranno interpretati come ultimate lands: spazi strategici per la gestione sostenibile delle risorse e la riconfigurazione delle infrastrutture contemporanee, ma anche luoghi in cui si manifestano gli effetti delle diaspore indotte dal cambiamento climatico e delle nuove geografie della mobilità umana. Accogliamo contributi da parte di studiosi e studiose di storia urbana e dell’architettura, progettazione architettonica, studi urbani, geografia, ecologia politica, studi sul patrimonio, scienze sociali e discipline affini. L’obiettivo è esplorare l’architettura degli estremi attraverso casi storici, trasformazioni contemporanee e prospettive comparative relative a differenti contesti geografici e temporali.

5.11. Architettura degli estremi II. Territori contesi, paesaggi affettivi e futuri urbani

Coordinatori: Elisabetta Canepa (Università degli Studi di Genova); Elisa Dainese (School of Architecture – Georgia Tech)

Email: e.canepa@unige.it; elisa.dainese@design.gatech.edu

Descrizione sessione

Negli ultimi decenni, la ricerca architettonica e urbana ha rivolto una crescente attenzione a territori tradizionalmente considerati marginali, inaccessibili ed eccezionali. Il cambiamento climatico, il degrado ambientale, la frammentazione sociale e l’instabilità geopolitica hanno trasformato diverse regioni del mondo in “ambienti estremi”: territori nei quali trasformazioni ecologiche, socio-politiche o infrastrutturali mettono in discussione le forme convenzionali dell’abitare e dell’urbanizzazione. Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul carattere eccezionale di tali condizioni, la sessione interpreta gli ambienti estremi come parte di una storia più ampia di pratiche, immaginari e forme dell’abitare che mettono in relazione memoria, esperienza quotidiana e possibilità future. Attraverso l’indagine delle relazioni storiche e contemporanee tra architettura, urbanizzazione e ambienti estremi, proponiamo di esaminare ciò che definiamo “architettura degli estremi”, intesa come una continua negoziazione tra limiti corporei e biopolitica, tra sopravvivenza e resilienza, tra vulnerabilità e ridefinizione delle condizioni di abitabilità. Questa sessione esplora le trasformazioni urbane in contesti territoriali segnati da conflittualità, dove pressioni socioeconomiche e sfide geopolitiche pongono in tensione le memorie costitutive delle comunità e gli immaginari che ne prefigurano il futuro. Particolare attenzione sarà dedicate al modo in cui l’architettura in condizioni estreme plasma pratiche spaziali, relazioni sociali e paesaggi affettivi, qui intesi nei termini di attaccamento e cura dei luoghi di appartenenza. I casi studio potranno includere, tra gli altri, processi di riparazione a seguito di separazioni interne in città storicamente stratificate, alle prese con crisi sistemiche ed epocali, nonché geografie emergenti le cui condizioni estreme e modalità adattive dell’abitare offrono prospettive paradigmatiche su alternative urbane situate. Nel loro insieme, tali casi mettono in evidenza pratiche di governance comunitaria e di attivismo locale, sollecitando una riflessione sul rapporto, in scenari urbani futuri, tra interventi architettonici, tradizioni vernacolari e forme di radicamento ai luoghi. Accogliamo contributi da parte di studiosi e studiose di storia urbana e dell’architettura, progettazione architettonica, studi urbani, geografia, ecologia politica, studi sul patrimonio, scienze sociali e discipline affini. L’obiettivo è esplorare l’architettura degli estremi attraverso casi storici, trasformazioni contemporanee e prospettive comparative relative a differenti contesti geografici e temporali.

5.12. Vuoti urbani e progetto architettonico. Processi di risignificazione nella città contemporanea (1945-oggi)

Coordinatori: Federico Gracola (Università degli Studi di Firenze); Mattia Cocozza (Università degli Studi di Napoli Federico II); Fabrizio D’Angelo (Università degli Studi Roma Tre)

Email: federico.gracola@unifi.it; mattia.cocozza@unina.it; fabrizio.dangelo@uniroma3.it

Descrizione sessione

Demolizioni, dismissioni, interruzioni improvvise nel corpo della città: il vuoto che talora irrompe nei tessuti urbani non è mai semplicemente l’assenza di architettura, bensì una condizione spaziale per sua natura carica di stratificazioni simboliche, memorie sedimentate e potenziali progettuali latenti. Per questo motivo il vuoto, nella storia della città, non rimane mai tale a lungo: esso reclama l’azione del progetto, la rende necessaria, talvolta persino urgente. Al centro di questa proposta è l’indagine del cruciale momento in cui uno spazio svuotato di senso viene sottratto alla sua condizione di sospensione e apparente indifferenza per tornare ad essere “luogo”. Un passaggio che può dirsi avvenuto quando il progetto architettonico o urbano non colma semplicemente un’assenza fisica, bensì mette in atto un’operazione di risignificazione che restituisce allo spazio una presenza riconoscibile, un valore condiviso, una forma capace di radicarsi nell’immaginario collettivo della città. Assumendo come orizzonte cronologico il periodo compreso tra il secondo dopoguerra e il presente, la sessione intende esplorare, attraverso prospettive storiche, critiche e metodologiche, il ruolo del progetto architettonico e urbano nei processi di risignificazione dei vuoti della città contemporanea. Dalla ricostruzione postbellica alle trasformazioni della città industriale, fino alle pratiche di riconversione e di rigenerazione urbana che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, il vuoto si è imposto come uno dei principali terreni di confronto tra memoria, identità e trasformazione della città. La sessione accoglie contributi dedicati a casi di studio, opere, autori, politiche urbane e processi progettuali, ma anche riflessioni sugli strumenti interpretativi e sulle metodologie attraverso cui indagare il ruolo dell’architettura nella costruzione di nuovi significati. Oggetto di indagine è il progetto come dispositivo di risignificazione del vuoto: il momento in cui lo spazio sospeso torna a farsi luogo, ridefinendo, attraverso l’architettura, le relazioni tra memoria, identità e trasformazione urbana.

5.13. Oltre il corpo anatomico della città. Trauma urbano e corpo vissuto

Coordinatori: Francesco K.B. Simi (Universidade de Coimbra); Alberta Piselli (Sapienza Università di Roma); Camilla Sette (Università dell’Aquila)

Email: francesco.kb.simi@gmail.com; alberta.piselli@uniroma1.it; camilla.sette@univaq.it

Descrizione sessione

Chi attraversa un luogo ferito ne avverte spesso il peso – un silenzio, una presenza che insiste: un sapere senza parole. È un’atmosfera: una qualità affettiva spazialmente diffusa che ci tocca prima di ogni rappresentazione (la fenomenologia delle atmosfere di Schmitz, Böhme e Griffero, gli affect studies, la geografia degli affetti). È una delle forme in cui il trauma ritorna: una tonalità – o Stimmung – che investe il corpo. Più che un segno da decifrare, è una dinamica che altera il movimento, la gestualità e la postura dei soggetti. Il trauma risiede in ciò che dell’evento eccede la capacità di attribuirgli senso nel momento stesso in cui accade. Per questo ritorna (Caruth), come urto mai convertito in esperienza trasmissibile: un Erlebnis che non diventa Erfahrung (Benjamin). Quando una ferita non trova parola, la traccia urbana – rovina, vuoto, frattura nel costruito – ne diventa il deposito. A portarne il segno è il corpo vissuto della città – lo spazio abitato e caricato di senso, più della sua pianta o del suo volume edificato. Ma il suo statuto non è mai fissato: dipende dalla pratica dei corpi che la incontrano (de Certeau), così che un monumento può cadere nell’invisibilità (Musil) o subentrare come lieu a un milieu spento (Nora). La rovina irradia il trauma più di quanto lo significhi. Si tratta allora di spostare l’analisi da una logica della rimozione a una della trasformazione. Una ferita permane e continua ad abitare il presente; ciò che cambia è il modo in cui la si ascolta – da invasione muta a immagine che interpella. È la scelta che ogni ricostruzione affronta – la cancellazione filologica del com’era dov’era, che rimuove e mette a tacere, contro la cicatrice resa visibile e fatta materia di immaginazione. Per questo la rimozione smorza un’atmosfera oltre che un segno, e la trasformazione riuscita è anche modulazione atmosferica: fare di una lacerazione muta uno spazio attraversabile e ancora eloquente. Possibili linee di indagine:
• Ricostruzioni postbelliche e post-sismiche fra cancellazione e trasformazione. Persistenze, residui, eccedenze che continuano a “infestare” il paesaggio urbano.
• Rovine, vuoti urbani, contro-monumenti e memoriali “negativi” come dispositivi di memoria del trauma. Pratiche di cammino, osservazione, narrazione: strumenti per interpretarne le tracce.
• Affettività e luoghi feriti: come lo spazio agisce sui corpi (atmosfere, affect studies, geografia degli affetti) e come incontri e interventi ne modulano la tonalità.
• Archeologie urbane: scavo, stratigrafia, presenze latenti nel costruito.

5.14. Geografie dell’assenza. Il vuoto come forma della memoria e dell’oblio nella città ferita

Coordinatori: Maria Rosaria Vitale (Università degli Studi di Catania); Francesco Mazzucchelli (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)

Email: maria.vitale@unict.it; francesco.mazzucchelli@unibo.it

Descrizione sessione

Wittgenstein si chiedeva: “Quante case o strade occorrono perché una città cominci a essere una città?”. Possiamo rovesciare la domanda: quante case, quante strade, quanti abitanti, quali pratiche e quali memorie devono scomparire perché un luogo diventi irriconoscibile a chi lo abita o attraversa? E cosa resta quando la trasformazione dello spazio non produce soltanto rovine, ma lacune, vuoti e assenze che ne compromettono la leggibilità? La sessione interroga le geografie dell’assenza come configurazioni spaziali, discorsive e politiche generate da distruzione, abbandono, sostituzione, rimozione ed erosione semantica delle tracce. Pur trovando nella guerra una manifestazione estrema, tali processi attraversano altre forme di trasformazione del paesaggio urbano: spopolamento, aree industriali dismesse, gentrificazione, demolizioni speculative, infrastrutture interrotte, territori contaminati, catastrofi, patrimoni rimossi o invisibili. Il tema centrale è il vuoto, inteso come forma attiva di significazione. Rovine, macerie, lacune, terrain vagues, edifici abbandonati, monumenti e quartieri demoliti non saranno considerati solo resti materiali di una perdita, ma luoghi attraverso cui lo spazio continua a produrre senso anche quando ciò che significava è stato rimosso, sostituito o reso opaco. Il vuoto non interrompe soltanto la continuità urbana: riorganizza relazioni, modificando pratiche d’uso, percorsi, appartenenze e forme di riconoscimento. Il vuoto può essere commemorato (o diventare strumento di commemorazione), ma anche amministrato; può rendere visibile una violenza, ma anche occultarla; può aprire uno spazio critico, ma anche essere neutralizzato da altre narrazioni (urbane, istituzionali, politiche, commerciali, ecc.); può condensare memorie concorrenti e interpretazioni conflittuali oppure configurarsi come spazio del silenzio, della rimozione e del non detto, diventando un dispositivo di produzione e contesa dello spazio urbano. Saranno accolti contributi su vuoti urbani, rovine, patrimoni rimossi, forme di memorializzazione fondate sull’assenza, pratiche artistiche della sottrazione, processi di cancellazione e risemantizzazione o altre ferite del paesaggio urbano in cui la trasformazione dello spazio configura regimi diseguali di memoria, oblio, legittimazione e silenziamento.

5.15. Ricostruire la città ferita: neuroarchitettura, memoria e approcci immersivi ai futuri urbani post-traumatici

Coordinatori: Maria Beltran-Rodriguez (Universidad de Diseño, Innovación y Tecnología (UDIT)); Olena Oliynyk (National Union of Architects of Ukraine); Julio A. Soria-Lara (Universidad Politecnica de Madrd)

Email: maria.beltran@udit.es; olena_oliynyk@nsau.org; julio.soria-lara@upm.es

Descrizione sessione

Le città colpite da guerre, disastri naturali, migrazioni forzate o crisi sociali prolungate affrontano sfide che vanno oltre la semplice ricostruzione fisica. Il trauma urbano trasforma non solo edifici e infrastrutture, ma anche la memoria collettiva, il legame emotivo con i luoghi, la percezione e l’esperienza quotidiana dello spazio. In questo contesto, i processi di ricostruzione richiedono sempre di approcci interdisciplinari capaci di affrontare sia la dimensione materiale sia quella esperienziale della città. Questa tavola rotonda propone una riflessione sulle metodologie emergenti per studiare e immaginare futuri urbani post-traumatici attraverso l’intersezione tra neuroarchitettura, tecnologie immersive, studi urbani e progettazione partecipativa. La sessione intende esplorare criticamente come strumenti quali ambienti virtuali, digital twins, valutazioni biometriche e analisi sensoriali possano contribuire alla comprensione dell’impatto cognitivo ed emotivo degli ambienti urbani colpiti da conflitti, fratture o disastri. Particolare attenzione sarà dedicata alla relazione tra ricostruzione urbana, memoria, benessere e percezione, così come alle implicazioni etiche degli approcci tecnologicamente mediati alla “città ferita”. La tavola rotonda riunirà ricercatori provenienti da differenti ambiti disciplinari per discutere come metodologie immersive e neurofisiologiche possano aprire nuove prospettive nella valutazione dell’esperienza urbana, nel supporto ai processi partecipativi e nel ripensamento della ricostruzione oltre risposte puramente funzionali o infrastrutturali. La proposta è collegata a una collaborazione europea di ricerca attualmente in corso, dedicata allo studio del trauma urbano, della percezione e delle metodologie immersive in contesti post-conflitto e post-disastro. Piuttosto che presentare risultati conclusivi, la sessione mira ad aprire un dialogo interdisciplinare su future direzioni di ricerca, sfide metodologiche e nuove modalità di comprensione del rapporto tra città, crisi ed esperienza umana.

5.16. Abitare l’improduttivo. Corpi fuori norma e spazi oltre il paradigma della prestazione

Coordinatori: Caterina Padoa Schioppa (Sapienza Università di Roma); Giuseppina Scavuzzo (Università degli Studi di Trieste)

Email: caterina.padoaschioppa@uniroma1.it; gscavuzzo@units.it

Descrizione sessione

Muovendo dalle esperienze storiche e contemporanee delle persone considerate improduttive – anziani, disabili, soggetti assistiti, abitanti fuori norma – la sessione intende interrogare criticamente i modelli urbani fondati sull’estrattivismo, sulla prestazione e sulla valorizzazione economica dello spazio, esplorando pratiche e forme dell’abitare che eccedono tali paradigmi. Una delle ferite della città contemporanea è la progressiva marginalizzazione dell’improduttivo: dell’inoperosità, dell’attesa, della dipendenza, della cura, dell’infermità, della lentezza e della permanenza non orientata al consumo. Dalla città come macchina turistica alla casa come asset finanziario, dalle stazioni e dagli aeroporti trasformati in spazi commerciali alla mercificazione del tempo libero, gli spazi e i tempi improduttivi appaiono sempre più compressi. Animato talvolta da intenzioni rigenerative, il capitalismo urbano tende a ricondurre corpi e luoghi entro logiche di efficienza e prestazione, riducendo territori vaghi, usi imprecisi e forme di abitabilità non immediatamente produttive. Eppure il paesaggio suggerisce il potenziale generativo dell’improduttivo: il maggese, inteso come tempo del riposo, costituisce una fase di fermentazione e trasformazione il cui significato trascende la semplice preparazione di nuovi cicli produttivi. Analogamente ai corpi considerati improduttivi, anche alcuni spazi urbani e paesaggi sfuggono alle logiche della massimizzazione della prestazione e della valorizzazione economica, rivelando altre forme di abitabilità, relazione e interdipendenza. Lo spazio e il tempo improduttivo per antonomasia – quello sacro, rituale e contemplativo – hanno storicamente rappresentato e continuano a rappresentare dispositivi essenziali per la costruzione e la conservazione delle reti sociali. Le figure considerate improduttive non costituiscono dunque soltanto una condizione marginale da includere, ma si offrono come un osservatorio privilegiato da cui interrogare criticamente paesaggi e architetture della città moderna e contemporanea. Quali ferite collettive hanno reso e continuano a rendere visibili questi soggetti? Quali modelli alternativi – storici e attuali – hanno suggerito? Quali spazi restano abitabili per chi non produce? È possibile elaborare una teoria dell’abitare che prenda sul serio ciò che il capitalismo urbano considera improduttivo? La sessione invita a contribuire con riflessioni di carattere storico, teorico e operativo volte a indagare criticamente il paradigma della prestazione. Saranno accolte proposte che approfondiscano – pur senza limitarsi a esse – le genealogie storiche della critica della prestazione, le forme e le pratiche dell’abitare non conforme, i paesaggi improduttivi, gli spazi dell’attesa, della cura e dell’inoperosità.

5.17. Ambiente ferito, corpi minacciati. Dialoghi interdisciplinari tra storia dell’architettura, storia urbana, medicina e ambiente

Coordinatori: Pilar M. Guerrieri (Politecnico di Milano); Fabio Mosca (Università degli Studi di Milano)

Email: pilar.guerrieri@polimi.it; fabio.mosca@unimi.it

Descrizione sessione

Negli ultimi anni le crisi ambientali, climatiche e sanitarie hanno riportato al centro del dibattito il rapporto tra città, salute e disuguaglianze. La sessione propone di riflettere sulla “città ferita” come categoria interpretativa capace di mettere in dialogo storia urbana, architettura, ambiente e medicina, indagando il modo in cui lo spazio urbano abbia storicamente prodotto – e continui a produrre – condizioni di rischio, vulnerabilità, esclusione, ma anche possibilità di cura e rigenerazione.
Attraverso una prospettiva storico-critica e interdisciplinare, la sessione intende raccogliere contributi che affrontino il rapporto tra salute e forma urbana, infrastrutture sanitarie, crisi ambientali, inquinamento, isole di calore, epidemie, marginalità e disuguaglianze territoriali, mettendo in relazione casi storici e condizioni contemporanee. Particolare attenzione sarà rivolta alle modalità con cui architettura e urbanistica abbiano costruito, nel tempo, dispositivi di prevenzione, controllo, assistenza e benessere, dai lazzaretti e ospedali moderni fino alle recenti riflessioni sull’urban health e sull’exposome urbano.
Uno specifico ambito di interesse riguarderà inoltre le grandi aree metropolitane e le megacittà contemporanee, nelle quali densità, pressione ambientale, vulnerabilità sociale e cambiamenti climatici rendono particolarmente evidenti le contraddizioni della città contemporanea. Inquinamento atmosferico, consumo di suolo, carenza di spazi verdi, rischio climatico, accesso diseguale ai servizi e nuove forme di fragilità urbana rappresentano oggi questioni centrali per comprendere le relazioni tra ambiente costruito, salute e qualità della vita su scala globale.
La sessione vuole inoltre aprire una riflessione sui nuovi orientamenti della ricerca storico-architettonica di fronte alle crisi urbane contemporanee, interrogando il ruolo della storia nel comprendere le trasformazioni ambientali in atto e nell’immaginare nuove forme di città più eque, resilienti e attente alla qualità della vita.


Il XIII Congresso AISU (Genova, 7-10 settembre 2027) è organizzato da