
| VAI ALLA PAGINA SESSIONI – MACROSESSIONE 5 | VAI ALLA HOME SESSIONI | VAI ALLA PAGINA SESSIONI – MACROSESSIONE 2 |
1.1. Contendersi la città. Spazi, attori e pratiche di governo nel basso medioevo
Coordinatori: Caterina Cappuccio (Deutsches Historisches Institut in Rom); Julia Andree (RWTH Aachen University); Lorenzo Caravaggi (Lancaster University)
Email: c.cappuccio@dhi-roma.it; julia.andree@rwth-aachen.de; l.caravaggi@lancaster.ac.uk
Descrizione sessione
Le città medievali sono state oggetto di importanti studi e ricognizioni storiografiche. Superato il paradigma dell’eccezionalità italiana a livello europeo e il mito risorgimentale del comune simbolo della libertà nella lotta contro un invasore esterno, la storiografia più recente si è soffermata sia sull’autocoscienza del primo comune, così come sulla dimensione assembleare del governo comunale, sulla componente sociale, sulla giustizia comunale, e da ultimo sui linguaggi del potere e la sua rappresentazione anche figurativa. Il panel si inserisce in questo contesto storiografico e intende offrire uno sguardo innovativo su alcuni aspetti della governance delle città del basso medioevo (secoli XIII-XIV). Obiettivo della sessione è confrontare diverse situazioni e proporre una riflessione ampia sul sistema politico cittadino prendendo in esame gli attori, i linguaggi, le pratiche di governo e il rapporto con le autorità, siano esse cittadine, siano esse i poteri universali. Il contesto cittadino basso medievale fu notoriamente caratterizzato da molteplici tensioni, a volte conflitti, dovute principalmente alla presenza di diverse parti e fazioni politiche e anche all’emergere di nuove forze sociali che cercarono sempre più frequentemente un’espressione anche politica. Come emerge tale dimensione del conflitto e della contesa tra le diverse parti nelle fonti sulle pratiche di governo cittadino e nella scelta delle cariche politiche? Che espressione trova la polarizzazione politica nell’organizzazione degli spazi cittadini? Quale ruolo svolsero i poteri universali nel polarizzare il discorso e gli eventi politici? La sessione intende affrontare la storia politica cittadina basso medievale partendo anche ma non esclusivamente dalle domande qui accennate attraverso contributi che si confrontino con le dimensioni del governo cittadino e dei linguaggi politici propri dell’età comunale, sottolineando in particolare la dimensione del conflitto, della sua gestione a livello istituzionale, della sua risoluzione nella configurazione dei sistemi politici basso medievali.
1.2. Architettura del potere, fortificazioni e trasformazioni urbane tra medioevo ed età moderna
Coordinatori: Darka Bilic (Institute of Art History, Zagreb); Irena Benyovsky Latin (Croatian Institute of History, Zagreb)
Email: dbilic@ipu.hr; irenabenyovsky@yahoo.com
Descrizione sessione
Tra il Medioevo e la prima età moderna, il consolidamento di nuovi poteri politici (locali e sovralocali) all’interno delle città comportò spesso profonde trasformazioni dello spazio urbano e dell’architettura pubblica. Tali processi potevano implicare diversi gradi di continuità, adattamento, negoziazione, trasformazione o rottura rispetto alle strutture urbane e sociali ereditate, riflettendosi in interventi sugli spazi pubblici, sugli edifici amministrativi, sulle fortificazioni e sui luoghi del potere. Questa sessione si propone di indagare il rapporto tra cambiamento politico e trasformazione urbana, concentrandosi sulle modalità con cui le nuove autorità, statali, signorili o imperiali, si insediarono all’interno di strutture urbane preesistenti. Secondo i modelli osservabili, le nuove amministrazioni ereditarono edifici e assetti urbani esistenti, adattandoli alle nuove condizioni politiche, economiche e militari. Gli interventi spaziavano dall’introduzione di nuovi elementi architettonici e simbolici e dalla riconfigurazione di strutture esistenti fino alla riorganizzazione degli assetti urbani o, in alcuni casi, alla rimozione di precedenti sedi del potere politico. Scala e carattere di tali interventi dipendevano dal contesto storico-politico, nonché dalla importanza delle città all’interno di più ampi quadri politici. Come risultato, nuove architetture pubbliche emersero dall’interazione tra politiche locali e sovralocali, riflettendo tanto le condizioni ereditate quanto modelli importati, mentre forma e funzione delle nuove strutture dipendevano dalle risorse economiche, dalle esigenze locali e dagli interessi delle autorità centrali. La sessione esplora i processi di continuità, discontinuità e trasformazione in contesti politici in mutamento, esaminando il modo in cui spazi pubblici ereditati, architetture amministrative, fortificazioni e infrastrutture furono conservati, adattati o ridefiniti. Sono benvenuti contributi che affrontino, tra gli altri, i seguenti temi:
• architettura pubblica e geografie del potere
• protagonisti del cambiamento urbano
• trasformazioni urbane e fondazione di nuovi sobborghi e centri urbani connessi all’affermazione di nuove autorità politiche
• relazioni tra poteri centrali, élite locali e comunità urbane
• città e centri urbani in contesti politici periferici
• città come parti di reti urbane: elementi condivisi e specificità Sono benvenuti studi di caso provenienti da diversi contesti geografici e politici.
1.3. Luoghi di culto, spazi di conflitto. Architetture e rappresentazioni dei poteri nella città contesa tra medioevo ed età moderna
Coordinatori: Armando Antista (Università degli Studi di Palermo); Sonia Jiménez Hortelano (Universitat de València); Gaia Nuccio (Università Kore di Enna)
Email: armando.antista@unipa.it; sonia.jimenez@uv.es; gaia.nuccio@unikore.it
Descrizione sessione
Gli edifici di culto, specialmente le principali chiese dei centri urbani come cattedrali, collegiate, chiese madri, o dedicate alla venerazione dei santi patroni delle città, ma non solo, costituivano luoghi privilegiati anche per l’autorappresentazione di poteri laici, in primo luogo civici ma anche confraternali, delle élite cittadine e di gruppi organizzati all’interno della popolazione . Gli spazi a questi afferenti, sia all’interno che all’esterno degli edifici, potevano essere così contrassegnati attraverso il posizionamento di monumenti, sepolture, arredi, o essere temporaneamente occupati, allestiti, attraversati per lo svolgimento di cerimoniali e rituali, ciclici o estemporanei, che entravano in relazione con l’architettura e il contesto urbano di riferimento, attraverso l’attribuzione di valori simbolici di natura politica e sociale, mutevoli e non necessariamente correlati con il contesto religioso che ne costituiva la scenografia. Mutazioni, trasformazioni dello spazio sacro, ricostruzioni, ripensamenti dell’allestimento del luogo di culto in rapporto all’ingerenza di poteri laici potevano generare episodi di conflittualità, che costituiscono l’oggetto di interesse di questa sessione. A monte delle dinamiche citate si possono spesso leggere, infatti, gli equilibri tra i diversi organi di potere che governano i fenomeni urbani, e nelle trasformazioni delle architetture, o dei manufatti che esse contengono, l’alterazione e mutazione degli equilibri all’interno della società cittadina. Questa sessione intende quindi indagare le conflittualità legate a:
• Interventi di autorità civiche e governative nel finanziamento dei cantieri;
• Relazione tra sepolture e programmi di ampliamento o ammodernamento degli edifici chiesastici;
• Esecuzione e posizionamento dei seggi delle autorità;
• Relazione tra i percorsi del cerimoniale liturgico e i manufatti caricati di valori simbolici condivisi.Riconfigurazioni e trasformazioni di sagrati e spazi di pertinenza degli edifici chiesastici;
• Rappresentazioni dei luoghi di culto su iniziativa di autorità laiche e religiose;
• Conflittualità fra gruppi di cittadini in relazione al culto dei santi;
• Celebrazioni pubbliche come occasioni di conflitto per la gestione e l’occupazione degli spazi di culto.
1.4. Complessi conventuali “espropriati”, dismessi, demoliti, come ferite urbane: esperienze e confronti nel contesto europeo
Coordinatori: Ilaria Papa (Università degli Studi di Padova); Silvia Beltramo (Politecnico di Torino); Emanuela Garofalo (Università degli Studi di Palermo)
Email: ilaria.papa@polito.it; silvia.beltramo@polito.it; emanuela.garofalo@unipa.it
Descrizione sessione
La costruzione di complessi conventuali, spesso di grandi dimensioni fin dalla fondazione e in crescita nel corso dei secoli, è un fenomeno che accomuna la maggior parte delle città europee tra il basso medioevo e l’età moderna. A partire dalla diffusione degli ordini mendicanti, fino alle molteplici espressioni di vita religiosa regolare sviluppatesi nei contesti urbani e, successivamente, all’insediamento in città degli ordini di matrice benedettina, queste fondazioni hanno via via occupato aree strategiche (periferiche e/o centrali) dei centri urbani che le hanno accolte, e a tratti subite. Esse hanno rappresentato punti di riferimento tangibili, incidendo sulla configurazione fisica della città, ma anche su dinamiche e pratiche sociali e sull’uso dello spazio urbano. Nel corso della stessa età moderna, esigenze legate alla difesa e fortificazione delle città in contesti e momenti di grande conflittualità – si pensi allo scontro tra l’armata cristiana e quella ottomana tra XVI e XVII sec. – hanno talvolta richiesto il “sacrificio” di tali edifici, soprattutto quelli sorti in prossimità delle mura urbiche. In età contemporanea, poi, a partire dal XIX secolo e con la progressiva laicizzazione delle compagini urbane e della società stessa, questi complessi sono stati frequentemente “espropriati” e assegnati a nuove, e non di rado improprie, funzioni; talvolta, invece, è iniziato un lento processo di abbandono e dismissione che ha portato a un inesorabile deterioramento delle fabbriche. In diversi casi, ancora soprattutto per i complessi sorti a ridosso delle mura, si è proceduto alla parziale o totale demolizione degli edifici (talvolta risparmiando solo le chiese e decontestualizzandole), per procedere alla sostituzione di interi brani di città con nuove funzioni e attrezzature. Simili operazioni hanno prodotto vere e proprie ferite urbane, tanto in senso materiale quanto rispetto alla fruizione, alla sfera sociale e relazionale, e alla memoria. La sessione intende ragionare intorno alle dinamiche e agli esiti di tali fenomeni, tanto per l’età moderna quanto per l’età contemporanea nel contesto delle città europee. Le proposte potranno riguardare la costruzione di panoramiche diacroniche e ad ampio raggio territoriale, o concentrarsi su singoli casi di studio. Muovendo dalle esperienze maturate nell’ambito del progetto internazionale “La città medievale. La città dei frati” (https://www.friarscity.eu/), la sessione accoglie proposte dedicate ai conventi degli Ordini Mendicanti, ma estende la riflessione ai complessi delle Osservanze di età moderna, maschili e femminili, e ai processi di urbanizzazione dei monasteri, soprattutto delle religiose che trovano accoglienza in città. Saranno bene accetti approcci multidisciplinari e interdisciplinari, che diano conto della complessità dei fenomeni nella ridefinizione del patrimonio costruito, e agli effetti sulla storia urbana.
1.5. Ferite lente. Gerarchie urbane e produzione diseguale della modernità tra età moderna e contemporanea
Coordinatori: Massimiliano Savorra (Università di Pavia); Carlos Plaza (Universidad de Sevilla)
Email: massimiliano.savorra@unipv.it; carlosplaza@us.es
Descrizione sessione
La storiografia urbana ha spesso interpretato le trasformazioni delle città attraverso eventi traumatici e puntuali – guerre, rivoluzioni, catastrofi naturali – privilegiando modelli fondati su rottura e discontinuità. Tuttavia, molti processi di mutamento urbano si sviluppano secondo temporalità lunghe e cumulative, meno visibili ma decisive per le gerarchie territoriali, le funzioni urbane e i rapporti tra città e sistemi politici. La sessione propone la nozione di “ferita lenta” come categoria analitica per interpretare le trasformazioni urbane tra età moderna e contemporanea: processi progressivi attraverso cui le città perdono, modificano o riconfigurano la propria centralità politica, economica o simbolica senza coincidere con eventi distruttivi o crisi acute. La modernità urbana appare così come un processo selettivo e diseguale. Stato moderno e nazionale, accentramento amministrativo, infrastrutture, politiche fiscali e sanitarie, industrializzazione e post-industrializzazione producono insieme concentrazione e marginalizzazione. Alcune città consolidano il proprio ruolo di capitali o nodi economici; di contro, altre sperimentano ridimensionamenti e riconversioni, mantenendo talvolta nuove centralità simboliche e culturali. In questi processi, manufatti architettonici, complessi monastici, edifici produttivi e infrastrutture assumono un ruolo decisivo come tracce materiali di funzioni perdute, strumenti di memoria urbana e risorse di riuso. La sessione adotta un approccio comparativo e multilivello, esteso dall’età moderna alla contemporaneità, con attenzione ai dispositivi di produzione delle gerarchie urbane: accentramento, politiche territoriali, riforme istituzionali, trasformazioni produttive e reti di mobilità. Città come Pavia e Siviglia offrono osservatori privilegiati: la prima per la perdita di centralità politica e la riconfigurazione universitaria; la seconda per la ristrutturazione delle reti economiche e imperiali e la costruzione di nuove identità urbane. Ferrara, Bruges, Danzica e altre consentono di estendere l’analisi a dinamiche geopolitiche e infrastrutturali più ampie. La sessione accoglie contributi teorici e casi di studio su città europee ed extraeuropee interessate da trasformazioni di lungo periodo. Sono particolarmente apprezzati approcci interdisciplinari che integrino storia urbana, economica, sociale, dello Stato, dell’architettura e della memoria. Centrale è anche il ruolo del patrimonio costruito – edifici civili, religiosi, produttivi e infrastrutturali – nei processi di ridefinizione delle identità urbane. Obiettivo è superare la dicotomia crescita/declino, interpretando la “ferita lenta” come processo strutturale di produzione diseguale della centralità urbana.
1.6. Costruire la città della prima età moderna attraverso mercati e circolazione: governance, controllo e dinamiche di potere (secoli XV-XVIII)
Coordinatori: Daniela Nunes Pereira (University of Exeter); José Damião Rodrigues (Universidade de Lisboa)
Email: dnpereira81@gmail.com; josedamiaorodrigues@edu.ulisboa.pt
Descrizione sessione
Partendo dal tema generale del congresso, secondo cui le “ferite della città” derivano tanto da pratiche di violenza e imposizione quanto da processi di disciplinamento, riforma e riorganizzazione dello spazio urbano, questa sessione propone una riflessione sul commercio come dimensione strutturante della governance urbana nell’Età Moderna. Tra il XV e il XVIII secolo, l’intensificazione delle circolazioni marittime e mercantili, l’espansione imperiale e la ridefinizione delle frontiere e delle relazioni tra gli spazi mediterranei, atlantici, africani, asiatici e ibero-americani trasformarono profondamente le modalità di organizzazione della città e dei suoi territori dipendenti. La necessità di ordinare questi flussi conferì nuova importanza agli spazi nei quali merci, persone e rendite venivano concentrate, regolamentate e inscritte nella città. Più che semplici luoghi di scambio, gli spazi del commercio, quali piazze, strade commerciali, porti, moli, ma anche vie di accesso, scali marittimi, infrastrutture di approvvigionamento e dispositivi di stoccaggio, costituirono strumenti centrali di organizzazione urbana e territoriale. In queste aree si articolavano interessi economici, forme di autorità politica e controllo dell’uso e della proprietà dello spazio. La sessione parte dal presupposto che il commercio non debba essere inteso soltanto come attività economica, ma anche come pratica di produzione materiale e istituzionale della città. La riorganizzazione dei fronti portuali e marittimi, la definizione di assi viari e mercantili, la concentrazione delle attività commerciali o l’imposizione di dispositivi architettonici, fiscali e amministrativi implicarono frequentemente la trasformazione di tessuti urbani preesistenti e la ridefinizione delle relazioni tra il centro urbano e gli spazi periferici o “subalterni”, gli assi di circolazione e le aree di approvvigionamento. Questi interventi diedero origine a complessi processi di negoziazione, adattamento, resistenza e conflitto, coinvolgendo autorità regie e municipali, istituzioni religiose, mercanti e comunità locali. Essi costituiscono pertanto un punto di osservazione privilegiato sulle tensioni tra autorità, usi quotidiani e governance urbana. Saranno benvenute proposte incentrate su studi di caso, approcci comparativi e prospettive transregionali che permettano di discutere in che modo gli spazi commerciali e i circuiti mercantili abbiano partecipato alla trasformazione materiale, istituzionale e simbolica delle città tra il XV e il XVIII secolo.
1.7. Donne, potere e spazio urbano nella prima età moderna. Governare e trasformare le città di corte
Coordinatori: Valeria Manfrè (Universidad Complutense de Madrid); Esther Alegre Carvajal (Universidad Internacional de Educación a Distancia (UNED))
Email: vmanfre@ucm.es; ealegre@geo.uned.es
Descrizione sessione
La sessione intende indagare il ruolo esercitato dalle nobildonne nella trasformazione e gestione dello spazio urbano nella prima età moderna, con particolare (ma non esclusivo) riferimento ai territori della monarchia ispanica e ai principali contesti di corte italiani. Attraverso il patrocinio architettonico, la promozione di interventi urbanistici, la rifunzionalizzazione delle residenze ducali e la ridefinizione degli spazi di corte, numerose figure femminili appartenenti all’alta aristocrazia esercitarono un ruolo significativo nei processi di governo della città e del territorio. Lungi dal costituire episodi marginali o meramente celebrativi, tali iniziative si inserirono entro più ampie strategie di legittimazione dinastica, costruzione del consenso e rappresentazione del potere, incidendo concretamente sulla configurazione materiale e simbolica dei centri urbani. La città e la villa ducale divennero così luoghi privilegiati di mediazione e negoziazione politica e culturale, nei quali le nobildonne seppero intervenire attraverso reti di relazioni con architetti, artisti, funzionari e istituzioni, contribuendo alla definizione di nuove geografie del potere. La sessione accoglie contributi dedicati ai processi di trasformazione urbana promossi da committenze femminili tra Rinascimento e Barocco, privilegiando prospettive interdisciplinari capaci di mettere in relazione storia urbana, storia politica, storia dell’architettura e gender studies. Particolare attenzione sarà rivolta alle pratiche di governo dello spazio, alle strategie di rinnovamento urbano, alle forme di autorappresentazione delle corti e alle conseguenze territoriali e simboliche prodotte dagli interventi promossi dalle élites femminili. Attraverso casi studio relativi ai territori della monarchia asburgica la sessione si propone di interrogare il ruolo delle nobildonne nei processi di costruzione, gestione e rappresentazione della città di Età Moderna, evidenziando il rapporto tra spazio urbano, potere politico e identità dinastica.
1.8. Catastrofi ricorrenti: città, stagioni e alluvioni in una prospettiva di lungo periodo
Coordinatori: Salvatore Valenti (Università Ca’ Foscari Venezia); Rachele Scuro (Università Pegaso)
Email: salvatore.valenti@unive.it; rachele.scuro@unive.it
Descrizione sessione
Le alluvioni rappresentano una categoria peculiare di catastrofe. Si verificano ciclicamente, a volte con cadenza stagionale, il che le rende in certa misura prevedibili. Inoltre, salvo rari casi, non producono vittime paragonabili ad altri eventi catastrofici come terremoti o epidemie. Influenzate dal clima, oltre che dalla gestione sociale degli ecosistemi fluviali, alluvioni ed esondazioni fanno parte dell’esperienza delle società urbane cresciute e prosperate in parte modificando, in parte adattandosi i corsi d’acqua e il loro ritmo. Trasformazioni profonde nel tessuto cittadino hanno spesso costituito la più visibile ed incisiva risposta di fronte al ricorrere di tali eventi. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, sono state una soluzione eccezionale a fronte di una gestione continua nel tempo di tali “catastrofi ricorrenti”.
Se è vero che si possono individuare singoli grandi eventi alluvionali per i quali è possibile tracciare una contromisura politica, emotiva, organizzativa e infrastrutturale forte, in particolare a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, in altri la risposta delle comunità davanti a catastrofi idrogeologiche è stata molto meno netta: in questi casi, più che un intervento dirompente, ciò che emerge è una continuità di iniziative nel lungo periodo, per mitigare la frequenza o l’impatto di eventi catastrofici stagionali. Queste strategie di disciplinamento del rischio possono essere osservate sia nel loro dispiegarsi a livello materiale, quanto sociale (ad esempio nell’organizzazione del lavoro di prevenzione o nella gestione della fiscalità, ordinaria e straordinaria).
Il ritorno alla normalità, la preservazione degli esistenti assetti sociali e produttivi, la riparazione dei danni senza stravolgimenti radicali sono risposte altrettanto probabili e verificabili ma molto meno indagate dalla storiografia. La sessione si propone di esplorare la dimensione ordinaria del governo delle acque e del disastro nelle città europee tra il XVI e il XIX secolo, epoca in cui un approccio legislativo e urbanistico dedicato ha iniziato ad affrontare l’instabilità idraulica e ambientale come un elemento strutturale di vulnerabilità nella vita delle collettività urbane. Fra le domande che questo contesto solleva vi sono:
– Che cosa trasforma un rischio idraulico in un disastro?
– In che condizioni le alluvioni stagionali sono state occasione per contestare gli esistenti equilibri socio-naturali?
– In quali casi, viceversa, una rapida transizione verso lo stato precedente è stata la risposta ad eventi traumatici?
– Che misure preventive venivano prese, e come cambiava la gestione dei corsi d’acqua con l’alternarsi delle stagioni?
Sono benvenute sia proposte comparative, sia analisi su singoli casi di studio.
1.9. Architetture civiche ferite: distruzione, trauma e ricostruzione tra età moderna e contemporanea
Coordinatori: Elena Svalduz (Università degli Studi di Padova); Isabella Balestreri (Politecnico di Milano)
Email: elena.svalduz@unipd.it; isabella.balestreri@polimi.it
Descrizione sessione
La sessione intende riflettere sul tema delle architetture civiche colpite da eventi distruttivi – incendi, alluvioni, crolli, guerre e calamità naturali – e sulle modalità con cui le comunità hanno reagito alla perdita, al danneggiamento o alla trasformazione dei principali edifici pubblici tra età moderna e contemporanea. Palazzi comunali, sedi amministrative, archivi, logge, teatri civici, scuole, ospedali, cimiteri e altri edifici pubblici non costituiscono soltanto infrastrutture funzionali della vita urbana, ma incarnano valori simbolici, identitari e memoriali profondamente radicati nella storia delle città. La loro distruzione produce una frattura che investe simultaneamente spazio urbano, continuità istituzionale e memoria collettiva. Le successive ricostruzioni – integrali, parziali, simboliche o mai avviate – si configurano spesso come momenti cruciali di ridefinizione dell’identità civica e della rappresentazione pubblica del potere. In numerosi contesti italiani ed europei, incendi e alluvioni agirono come cesure capaci di accelerare trasformazioni architettoniche e urbane già in corso o di generare nuovi modelli di rappresentazione del potere civico. Nelle città attraversate da grandi sistemi fluviali, i disastri causati dall’acqua modificarono il rapporto tra architettura pubblica e ambiente urbano, imponendo adattamenti, rialzamenti delle quote, ridefinizione degli accessi e nuove strategie di difesa idraulica. La sessione intende indagare tali dinamiche attraverso una prospettiva interdisciplinare che coinvolga storia dell’architettura, storia urbana, storia dell’arte, studi sul patrimonio, storia politica e culturale, disaster studies e memory studies. Particolare attenzione sarà rivolta ai processi di risposta alla catastrofe: pratiche di ricostruzione, dibattiti sul restauro, permanenze delle rovine, adattamenti funzionali, trasformazioni urbanistiche e strategie di monumentalizzazione del trauma. Gli edifici civici feriti costituiscono un osservatorio privilegiato per comprendere il rapporto tra città, trauma e memoria nella lunga durata. La distruzione di un’architettura pubblica non implica soltanto la perdita di un manufatto, ma mette in discussione l’immagine stessa della comunità urbana, rendendo la ricostruzione un processo profondamente politico, culturale e simbolico. In questo senso, l’edificio ferito diviene non solo oggetto di restauro, ma anche spazio di elaborazione del trauma e strumento di riaffermazione dell’identità civica. Saranno accolti contributi relativi a contesti italiani ed europei, tra età moderna e contemporanea, dedicati, a titolo esemplificativo, ai seguenti temi:
• incendi e distruzione;
• alluvioni e trasformazioni;
• ricostruzione urbana e continuità istituzionale;
• rovine civiche e memoria collettiva;
• cantieri della ricostruzione come strumenti di propaganda politica;
• conservazione, ripristino e rinnovamento;
• documentazione iconografica e narrazione del disastro;
• tutela del patrimonio civico.
1.10. Tensioni, fratture e ferite nei processi di ‘modernizzazione’ urbana. Esperienze italiane ed europee a confronto (XVIII-XX secolo)
Coordinatori: Maria Grazia Turco (Sapienza Università di Roma); Bruno Di Gesù (Technische Universität Dresden)
Email: mariagrazia.turco@uniroma1.it; bruno.di_gesu@mailbox.tu-dresden.de
Descrizione sessione
La sessione intende focalizzare l’attenzione sulle trasformazioni della città a partire dal XVIII secolo quando il dibattito inizia a concentrarsi su tematiche pubbliche (dalle problematiche igieniche all’inserimento di spazi verdi, dalla crescita di infrastrutture all’introduzione di nuove tipologie di edifici), fino alla prima metà del Novecento quando il processo di ‘modernizzazione’ darà vita a “iniziative di riforma e rinnovamento” urbano che trasformeranno le città europee in metropoli industriali. Di particolare interesse il dibattito sulle città italiane, tra fine Ottocento e metà del secolo successivo, quando l’Italia inizia a inserirsi nel contesto delle politiche, delle pratiche e delle teorie sulla città europee; si tratta di un momento di rinnovamento che vede nuove iniziative, nuovi progetti, spesso richiesti dalla gestione di una rapida crescita demografica e dall’espansione economica/industriale, che in alcuni casi hanno però hanno determinato tensioni, fratture e ferite nei ‘vecchi’ nuclei urbani destinati ad accogliere inedite funzioni amministrative, sociali e culturali. Un contesto in cui emergono con forza: questioni sociali, necessità sanitarie, tematiche abitative e urgenze infrastrutturali che, in alcuni momenti, hanno provocato preoccupazioni e contrasti all’interno di contesti urbani consolidati. La sessione richiede, quindi, non soltanto di restituire semplicemente la cronistoria dei fatti e degli eventi che riguardano le città, ma di connettere i programmi di ‘modernizzazione’ in relazione al quadro politico, culturale e urbanistico di riferimento, proponendo confronti e arrivando a indagare, attraverso casi concreti, alcune significative esemplificazioni che riguardano i diversi approcci al particolare tema urbano.
1.11. Servizi pubblici locali e governance urbana tra XIX e XXI secolo
Coordinatori: Keti Lelo (Università degli Studi Roma Tre); Guido De Blasi (ACoS – Roma Capitale)
Email: keti.lelo@uniroma3.it; g.deblasi@agenzia.roma.it
Descrizione sessione
La sessione intende proporre una riflessione storico-critica sul ruolo dei servizi pubblici locali e delle infrastrutture urbane nella costruzione e nel governo della città moderna, con particolare attenzione alle relazioni tra reti tecniche, trasformazioni territoriali e forme di governance urbana tra XIX e XXI secolo. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la crescita accelerata delle città europee e nordamericane impose nuove forme di organizzazione amministrativa, territoriale e tecnologica. In questo contesto, i servizi pubblici locali assunsero una centralità crescente non soltanto sul piano tecnico, ma anche su quello politico, economico e istituzionale. Il governo delle reti urbane divenne progressivamente una questione cruciale per le amministrazioni municipali, chiamate a confrontarsi con problemi inediti di pianificazione, regolazione e investimento. Nel 1902, “Municipalizzazione dei pubblici servigi” di G. Montemartini offrì una delle prime e più influenti interpretazioni sistematiche dei servizi pubblici come questione centrale della città industriale moderna e della governance municipale. Nello stesso periodo, in Italia, il dibattito sulla municipalizzazione fu ampiamente discusso anche in ambito politico ed economico da intellettuali ed economisti, come L. Einaudi – allora giovane professore di economia – che intervenne criticamente sulle riforme in corso e sul rapporto tra amministrazione pubblica, efficienza economica e impresa privata. La questione della municipalizzazione, delle concessioni e del rapporto tra gestione pubblica e privata delle infrastrutture rappresentò infatti uno dei principali terreni di confronto attorno alla ridefinizione dei rapporti tra Stato, mercato e autonomie locali. Attraverso la costruzione e il controllo delle reti tecniche, i comuni acquisirono nuove funzioni amministrative e produttive, contribuendo alla formazione di modelli di governance urbana sempre più complessi. La sessione vuole costruire uno spazio di confronto interdisciplinare sulle genealogie storiche del governo infrastrutturale della città, accogliendo contributi multidisciplinari sulle seguenti tematiche:
• Infrastrutture e costruzione della città moderna: ruolo dei servizi pubblici e delle reti tecniche (acqua, energia, trasporti, igiene, illuminazione) nei processi di urbanizzazione, industrializzazione e modernizzazione urbana tra XIX e XX secolo.
• Governance urbana e modelli di gestione dei servizi pubblici: relazioni tra municipalizzazione, concessioni private, aziende municipalizzate, regolazione pubblica e forme ibride di gestione; rapporti tra amministrazioni locali, Stato centrale e attori economici.
1.12. Rapporti, indagini e statistiche. Il dato empirico come strumento di persuasione per il controllo e il governo della città
Coordinatori: Eugenio Lux (Politecnico di Torino/LTH-Lund University); Alberto Terminio (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: eugenio.lux@polito.it; alberto.terminio@unina.it
Descrizione sessione
A partire dal XIX secolo, e con crescente intensità nel corso del XX secolo, l’architettura e l’urbanistica hanno progressivamente incorporato il dato empirico – statistico, demografico, economico, igienico, ambientale – non solo come strumento analitico ma come dispositivo retorico e politico di legittimazione del progetto. La sessione intende esplorare questa trasformazione, indagando come la produzione di rapporti, indagini e statistiche abbia costituito una forma di persuasione capace di orientare decisioni e costruire consenso anche ai fini del controllo e del governo della città. Le origini di questo processo affondano nelle grandi inchieste igieniste dell’Ottocento – dalle mappe della povertà londinese di Charles Booth alle inchieste parlamentari francesi sulle abitazioni insalubri – che traducono il disagio sociale in numeri e cartografie, aprendo la strada all’intervento pubblico sistematico. Nel Novecento tale pratica si consolida: i Congressi Internazionali di Architettura Moderna elaborano a partire dagli anni Trenta un linguaggio che coniuga tavole comparative, dati sugli alloggi minimi (Existenzminimum, 1929), sullo sviluppo razionale del territorio (Rationelle Bebauungsweisen, 1930), sulla città funzionale (Die funktionelle Stadt, 1933) per la costruzione di una retorica dell’evidenza scientifica che legittima interventi radicali, travalicando i confini nazionali e imponendosi come modello per la città moderna. Anche i libri e i manifesti dell’architettura moderna non ne sono esenti: essi mostrano come il dato empirico diventi strumento di legittimazione e di consenso a supporto del proprio messaggio. La sessione mira ad accogliere contributi su casi nazionali e internazionali che indaghino il ruolo del dato empirico nella produzione architettonica e urbana dal XIX secolo ai giorni nostri, nella duplice veste di argomento tecnico e strumento di persuasione. Saranno benvenuti studi dedicati a edifici, quartieri, infrastrutture, piani urbanistici, programmi di edilizia pubblica, concorsi, mostre, atlanti, libri, riviste, manifesti e progetti di ricerca che abbiano fatto ricorso all’analisi, alla visualizzazione o alla costruzione del dato come fondamento del progetto.
1.13. Sacre ferite: cantieri di chiese, che lacerano e che ricuciono trame urbane (XX secolo)
Coordinatori: Andrea Longhi (Politecnico di Torino); Gianmario Guidarelli (Università degli Studi di Padova)
Email: andrea.longhi@polito.it; gianmario.guidarelli@unipd.it
Descrizione sessione
Nella costruzione delle strutture e dei paesaggi urbani, i grandi cantieri religiosi hanno sempre costituito scenari privilegiati di “conflitto, vita, memorie”, come recita il sottotitolo del Congresso. Nel corso dei secoli, infatti, le tensioni, le negoziazioni e i dibattiti che animano i cantieri delle cattedrali o dei grandi complessi religiosi attraversano, su scale decennali e secolari, le storie delle città, costituendo di fatto ‘ferite’ e cesure nella continuità della trama urbana. Al tempo stesso, però, quando le città si ritrovano ferite profondamente da catastrofi, disastri, crisi e congiunture di diversa natura, i cantieri delle chiese sono sovente luoghi di rinascita e ricostruzione delle città lacerate: sono opportunità per ricucire ferite e per innescare processi di riaggregazione sociale, dialogo istituzionale e rilancio economico. Questo avviene soprattutto quando la distruzione di una città a causa di eventi bellici o naturali assume i tratti di una “tabula rasa”, come è avvenuto molto spesso nell’ultimo secolo. La sessione sarà dedicata alla discussione di come i cantieri di cattedrali e grandi fabbriche religiose abbiano costituito ‘ferite’ nella continuità della trama urbana, ma soprattutto pone all’attenzione degli studiosi come le ferite religiose generate da conflitti e catastrofi novecenteschi, che hanno lacerato in modo talora devastante le trame urbane – anche con effetti duraturi e irreversibili, di tipo materiale, umano e spirituale –, abbiano generato processi di ricostruzione e riaggregazione, di cui si invitano a indagare promotori istituzionali ed economici, progettisti e pianificatori, animatori intellettuali e finanziatori.
1.14. Spazi del sacro, dell’incontro e della cura. Chiese, sagrati e piazze nella città del Novecento
Coordinatori: Renzo Riboldazzi (Politecnico di Milano); Alessandra Marin (Università degli Studi di Ferrara)
Email: renzo.riboldazzi@polimi.it; alessandra.marin@unife.it
Descrizione sessione
Storicamente nelle città italiane ed europee lo spazio pubblico prospiciente le chiese è stato sia luogo di rappresentazione dell’autorità ecclesiastica – dove cioè gli edifici religiosi e i sagrati hanno caratterizzato l’immagine e il senso di questi contesti – sia un ambito cruciale della socialità urbana – dove la dimensione laica della vita civile ha avuto più o meno libertà e capacità di espressione . Chiese, sagrati e piazze sono stati cioè complementari nell’accogliere forme di interazione, o semplice convivenza, tra spirito religioso e società civile: un connubio che è stato fonte di contrapposizioni ma che anche nel Novecento – ovvero in un periodo in cui le trasformazioni sociali sono state più evidenti – non ha smesso di offrire significative testimonianze spaziali. Questa sessione intende indagare tali spazi pubblici nelle loro espressioni formali. Si propone cioè di verificare quanto architettura e urbanistica del XX secolo abbiano saputo interpretare una condizione ibrida tenendo presente che frequentemente le comunità urbane hanno continuato a considerare l’elemento religioso (chiesa, edifici annessi e sagrato) come fattore di coesione sociale invece che elemento estraneo alla vita civile. Questo tanto dal punto di vista normativo – si pensi, per esempio, alla legge urbanistica del 1942 che prevedeva che nei piani regolatori si indicassero le aree per la “costruzione di scuole e di Chiese e […] opere ed impianti d’interesse pubblico in generale” oppure alle norme sugli standard edilizi che fin dalla loro prima definizione nella legge “ponte” del 1967 e nel successivo decreto 1444/1968 definiscono come attrezzature di interesse comune anche quelle religiose – quanto riflettendo sulla pianificazione urbanistica a tutte le scale del progetto. Nei piani del Novecento, anche quelli del secondo dopoguerra, la chiesa e gli spazi pubblici antistanti – così come scuole, oratori, centri deputati a fornire servizi alla comunità – continuano a presentarsi come un fulcro della vita sociale. Questo appare evidente nei quartieri INA Casa e in altre esperienze ERP, nelle borgate della riforma agraria, così come nei piani che indagano il futuro della città storica. Lo stesso vale per le architetture. Si pensi – per fare un solo esempio – al concorso internazionale voluto da Giovanni Paolo II per il Giubileo del 2000: cinquanta chiese nelle periferie della capitale pensate anche come segnale di riqualificazione, di presidio e di cura per le comunità.
1.15. L’uso del passato: il ruolo del patrimonio nelle trasformazioni infrastrutturali del paesaggio
Coordinatori: Mesut Dinler (Politecnico di Torino); Pinar Aykac (Orta Doğu Teknik Üniversitesi, Ankara); Õzgün Õzçakır (Orta Doğu Teknik Üniversitesi, Ankara)
Email: mesut.dinler@polito.it; paykac@metu.edu.tr; oozcakir@metu.edu.tr
Descrizione sessione
Le grandi infrastrutture – dighe, miniere, reti energetiche – hanno storicamente rappresentato strumenti di modernizzazione, governo del territorio e controllo politico. Il loro impatto sui paesaggi storici è profondo: dalla sommersione deliberata di interi insediamenti alla rilocalizzazione forzata di monumenti, dallo sradicamento di comunità alla progressiva cancellazione delle stratificazioni identitarie che caratterizzano un paesaggio. In questi contesti, il patrimonio è stato spesso ricondotto alla dimensione della perdita – ciò che viene sommerso, demolito, disperso. Tuttavia, il patrimonio svolge un ruolo ben più articolato. La campagna internazionale promossa dall’UNESCO in occasione della costruzione della Diga di Assuan negli anni Sessanta costituisce un caso esemplare: essa rivela non solo le dinamiche di potere che attraversano i grandi progetti infrastrutturali, ma anche come il patrimonio possa diventare uno strumento di controllo narrativo, di legittimazione delle decisioni e di selezione di ciò che merita di essere tutelato. Non si tratta di un caso isolato. In epoche e contesti geografici diversi, il patrimonio ha spesso operato come terreno di negoziazione, conflitto e governo del territorio di fronte alle trasformazioni infrastrutturali del paesaggio. Questa sessione raccoglie contributi che vadano oltre le narrative di vittimizzazione, per indagare come il patrimonio abbia agito come strumento politico e culturale attivo nelle trasformazioni paesaggistiche prodotte dalle infrastrutture moderne. I casi sono molteplici e geograficamente distanti: la sommersione di Hasankeyf, insediamento millenario inghiottito dal bacino della diga di Ilısu nel sudest della Turchia; la rilocalizzazione della Chiesa di Kiruna in Svezia, sacrificata alla logica estrattiva delle miniere di ferro; il rebranding post-industriale dei paesaggi minerari del Galles del Sud, dove il patrimonio è stato uno strumento di rigenerazione economica più che di memoria collettiva. A questi si aggiunge la rapida espansione dei data centre, che pone domande inedite sul consumo di suolo e di risorse, aprendo nuove frontiere di trasformazione paesaggistica ancora poco esplorate dalla disciplina. Ciascuno di questi casi interroga non solo la perdita, ma le forme di governo, i rapporti di forza e la produzione di nuove narrazioni territoriali.
Sono invitati contributi che affrontino – senza limitarsi a – i seguenti temi: il ruolo del patrimonio nella legittimazione o nella contestazione delle decisioni infrastrutturali; le nuove forme di patrimonializzazione che emergono dalla rottura infrastrutturale; il ruolo di comunità, istituzioni e stato nella negoziazione del patrimonio in condizioni di urgenza; le conseguenze di lungo periodo delle trasformazioni infrastrutturali sull’identità e sul carattere storico del paesaggio. Sono benvenuti studi di caso di qualsiasi contesto geografico e periodo storico.
1.16. Trasformare le città italiane del dopoguerra: progetti di ammodernamento tra ambizioni e fallimenti
Coordinatori: Fabio Cosentino (Sapienza Università di Roma); Tatiana Lo Bartolo (Università degli Studi di Catania)
Email: fabioandreacosentino@gmail.com; tatianalobartolo@gmail.com
Descrizione sessione
Nel secondo dopoguerra, la necessità di ammodernare le città storiche spinse le amministrazioni a intervenire sui tessuti urbani esistenti. Furono pianificati sostanziali sventramenti per fare spazio a strutture del terziario e a nuovi assi viari, concepiti per collegare una parte del centro storico alle infrastrutture periferiche. Questi tagli netti, tuttavia, arrecarono ferite profonde: determinarono una rigida cesura tra vecchio e nuovo, la deportazione sociale e l’espulsione dei residenti e la conseguente distruzione dei tessuti storici stratificati, cancellando così per sempre contesti unici in cui i manufatti architettonici di pregio avevano convissuto organicamente con l’edilizia residenziale popolare, a volte fatiscente. Saranno graditi i contributi che mettono in evidenza quegli interventi che, pur acquistando un valore di trasformazione urbana e simbolica, nell’ammodernamento delle città, sono sfociati in fallimenti dovuti sia a rallentamenti di lavori, sia a voluti o casuali abbandoni dei progetti lasciando come testimonianze moderne e contemporanee le voragini distruttive.
1.17. Governo urbano e disuguaglianze socio-spaziali nella città contemporanea
Coordinatori: Marco Ingrassia (Università degli Studi di Palermo); Gaia Del Giudice (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: marco.ingrassia@unipa.it; gaiadelgiu@gmail.com
Descrizione sessione
Le città sono strutturalmente attraversate da condizioni differenziali di accesso alle risorse, ai servizi e alle opportunità, che si traducono in forme mutevoli di inclusione, esclusione e disuguaglianza. L’azione pubblica – esercitata attraverso piani, politiche, progetti, infrastrutture e dispositivi amministrativi – ha avuto nel tempo un ruolo determinante nell’orientare tali condizioni, definendo priorità, criteri di allocazione delle risorse e modalità differenziate di accesso ai beni urbani. La definizione dell’interesse pubblico, lungi dall’essere neutrale, riflette differenti equilibri di potere e la diversa capacità degli attori di negoziare ed influenzare le decisioni, traducendo interessi ed obiettivi negli strumenti di governo del territorio e dello spazio urbano. In questa prospettiva, la storia della città contemporanea mostra come tali processi abbiano assunto forme molteplici e spesso divergenti: dalle stagioni di riforma e di espansione del welfare urbano e delle politiche abitative, alla stagione della competizione urbana e dell’austerità; dai grandi programmi di modernizzazione urbana alle strategie di riqualificazione o rigenerazione orientate alla sostenibilità, fino agli interventi infrastrutturali. Processi che hanno prodotto effetti territorialmente differenziati, redistribuendo opportunità, costi e benefici e contribuendo alla produzione di nuove forme di disuguaglianza e ingiustizia socio-spaziale. La sessione analizza i modi in cui le pratiche di governo urbano hanno contribuito a produrre, trasformare o contrastare le disuguaglianze nella città contemporanea, con particolare attenzione ai rapporti tra istituzioni, processi decisionali, attori sociali e configurazione dello spazio urbano. Attraverso un approccio multidisciplinare, la sessione accoglie contributi dedicati alla città contemporanea (dalla seconda metà del XX secolo), relativi ai diversi ambiti dell’azione pubblica. Sono benvenute ricerche che affrontino, tra le altre, le seguenti questioni:
• infrastrutture, servizi e grandi opere come dispositivi di governo, regolazione e organizzazione dello spazio urbano e dei loro effetti distributivi;
• politiche urbane, pianificazione e strumenti di governo del territorio nella produzione di differenziazioni socio-spaziali, inclusione/esclusione e segregazione
• programmi di riforma, modernizzazione e rigenerazione urbana e i loro effetti sulla distribuzione di risorse, servizi e opportunità;
• conflitti, negoziazioni e forme di resistenza generati dalle pratiche di governo e dai processi di trasformazione urbana;
• le disuguaglianze come eredità territoriali e sociali dei processi di governo urbano, delle politiche pubbliche e delle trasformazioni della città.
• processi decisionali, costruzione dell’interesse pubblico e negoziazione tra attori nella definizione delle politiche urbane.
1.18. Autorizzare l’assenza: demolizione, oblio e ferite della città contemporanea (XX-XXI secolo)
Coordinatori: Gunce Uzgoren (Politecnico di Milano); Basak Kalfa (Çankaya Üniversitesi, Ankara)
Email: gunce.uzgoren@polimi.it; kalfa@cankaya.edu.tr
Descrizione sessione
Quando una parte di città viene demolita, si aprono due ferite simultanee. La prima è fisica: una strada viene sgomberata, un quartiere rimosso, un monumento smantellato, e il tessuto urbano porta il segno di ciò che non si erge più. La seconda è più lenta e meno visibile: la memoria collettiva perde uno dei propri ancoraggi materiali, producendo una forma di oblio sociale, e le generazioni successive di abitanti perdono accesso alle condizioni spaziali attraverso cui il passato della loro società poteva essere conosciuto e trasmesso. La discontinuità sociale che segue la demolizione – tra generazioni, e nella profondità storica da cui una società può comprendere il proprio presente – è essa stessa una ferita, distinta dall’assenza fisica nel terreno ma a essa indissolubilmente legata. La sessione interroga chi abbia detenuto l’autorità di autorizzare queste due ferite nella città contemporanea. Seguendo la tesi fondativa di Maurice Halbwachs secondo cui i gruppi ricordano attraverso quadri spaziali, e l’argomento di Paul Connerton secondo cui la modernità produce forme caratteristiche di oblio, la sessione affronta la demolizione come atto storico produttivo attraverso il quale amministrazioni politiche, istituzioni di pianificazione e tutela, regimi proprietari e autorità emergenziali plasmano ciò che le successive generazioni di abitanti della città sono in grado di ricordare. La sessione accoglie lavori che attraversano il lungo Novecento fino al presente, attenti sia agli episodi storici di sgombero autorizzato sia alle demolizioni in atto nel momento contemporaneo, tra cui (ma non limitatamente a) gli sgomberi per grandi progetti, le rimozioni dovute alla gentrificazione, e le contestazioni sui lasciti di strutture e spazi politici ereditati. Invitiamo contributi storicamente fondati e costruiti su un’attenta lettura delle fonti primarie. La preservazione entra nell’analisi laddove funzioni come parte della storia della demolizione – attraverso il diniego di vincoli, l’iscrizione selettiva, il ritiro della tutela, o la conservazione parziale. Sono benvenuti casi da diversi contesti politici – tra cui regimi fascisti e totalitari, transizioni socialiste e post-socialiste, momenti post-autoritari, e amministrazioni democratiche e populiste contemporanee – pur riconoscendo che i meccanismi istituzionali dell’autorità sulla demolizione differiscono significativamente in tali contesti. La sessione si chiede: chi autorizza le ferite della città contemporanea, e in che modo tali ferite diventano le condizioni del suo oblio?
1.19. Centri direzionali e città del futuro. Governo del territorio, sperimentazione architettonica e rappresentazioni urbane tra XX e XXI secolo
Coordinatori: Annarita Teodosio (Università degli Studi di Salerno); Marsela Demaj Plyku (Universiteti POLIS, Tirana)
Email: ateodosio@unisa.it; marsela_demaj@universitetipolis.edu.al
Descrizione sessione
A partire dal secondo dopoguerra, i centri direzionali hanno rappresentato uno dei principali strumenti attraverso cui città e istituzioni hanno immaginato, pianificato e governato la modernizzazione urbana. Concepiti come poli di concentrazione delle funzioni amministrative, finanziarie e terziarie avanzate, essi si sono configurati come luoghi privilegiati di sperimentazione progettuale, nei quali si sono intrecciati programmi di trasformazione territoriale, innovazioni tipologiche e ambizioni simboliche. La sessione propone di indagare i centri direzionali come oggetti storici complessi, superando interpretazioni esclusivamente architettoniche o urbanistiche. L’ipotesi di partenza è che tali interventi costituiscano osservatori privilegiati per comprendere le relazioni tra governo della città, produzione dello spazio e costruzione di immaginari urbani. Dai grandi progetti europei e nordamericani del Novecento ai casi italiani – dal Centro Direzionale di Torino a quello di Napoli, da Milano e Roma, sino alle più recenti centralità terziarie – questi insediamenti hanno spesso incarnato visioni di futuro, ma anche conflitti, incompiutezze, processi di ridefinizione funzionale e controversie pubbliche. La sessione intende esplorare, in prospettiva comparativa e interdisciplinare, senza limiti cronologici e geografici, il ruolo dei centri direzionali come laboratori di nuove forme urbane e architettoniche: dall’affermazione del grattacielo e delle grandi infrastrutture per la mobilità all’introduzione di modelli insediativi ispirati alle culture manageriali e tecnocratiche. Particolare attenzione sarà riservata alle tensioni tra progetto e uso, tra aspettative di efficienza e pratiche di appropriazione, tra centralità pianificate e dinamiche effettive della città. Un ulteriore ambito di riflessione riguarda la costruzione culturale e mediatica di questi spazi. I centri direzionali sono stati infatti oggetto di rappresentazioni fotografiche, cinematografiche, televisive e letterarie che ne hanno amplificato il valore simbolico, contribuendo a definirli come emblemi del progresso, scenari di alienazione metropolitana o immagini della città globale. Dal punto di vista metodologico, la sessione incoraggia contributi basati sull’integrazione di fonti progettuali e amministrative, documentazione d’archivio, cultura visuale, stampa specializzata, testimonianze orali e strumenti di analisi spaziale. L’obiettivo è discutere i centri direzionali non come semplici episodi edilizi, ma come dispositivi attraverso cui leggere le aspirazioni, le contraddizioni e le “ferite” prodotte dai processi di modernizzazione urbana nel lungo periodo.
Il XIII Congresso AISU (Genova, 7-10 settembre 2027) è organizzato da

