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4.1. Vedere dentro – Architettura e città in endoscopia
Coordinatori: Daniele Pascale Guidotti Magnani (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna); Elena Ramazza (Universitat Autònoma de Barcelona)
Email: daniele.pascale2@unibo.it; elena.ramazza@uab.cat
Descrizione sessione
La dialettica costruzione-distruzione è strettamente connessa alla vita delle città e delle architetture. Cicli di costruzione-distruzione-ricostruzione si succedono nella storia, lasciando tracce nel tessuto urbano, ma anche sedimentandosi nell’immaginario collettivo sotto forma di creazioni letterarie, visuali, musicali, nelle quali le fasi iniziali e finali dell’architettura (progetto e cantiere; demolizione e rovina) spesso si confondono. Nel corso dei secoli, le rappresentazioni di queste fasi hanno avvicinato la storia delle città all’osservazione evolutiva di un organismo naturale, dal concepimento alla decomposizione naturale o alla dissezione anatomica (la metafora città/architettura-corpo umano è un topos ben presente nella letteratura architettonica). Quando la rottura dell’epidermide architettonica segue un evento traumatico, la rappresentazione della rovina ci parla di devastazioni, di apocalisse, di destini profetizzati e temuti o di demolizioni programmate, con le loro implicazioni storiche, politiche e filosofiche. Se la rottura è lontana, anestetizzata dal tempo o creata ad hoc, la ferita diventa un’occasione di conoscenza e la dissezione si fa pienamente scientifica: la rovina diventa una rappresentazione di una fase ibrida, in cui la distruzione (reale o immaginata) è solo un passaggio per una futura costruzione. Così, Serlio, nel suo trattato, rappresenta le architetture romane con una rappresentazione a metà tra la sezione scientifica e la rovina. Vi è poi una visione costruttiva dell’interiore architettonico, una “rovina inversa”, come nelle rappresentazioni dei cantieri, dei restauri o degli edifici ancora in pezzi, prima che essi siano composti o ricomposti, dove elementi gli semanticamente distruttivi si confondono con i loro opposti. Il panel si centrerà sull’elasticità di significati tra distruzione e costruzione, associati alla visione dell’interno delle architetture. Saranno benvenuti interventi afferenti alla storia dell’architettura, alla storia dell’arte, alla letteratura, alla musicologia, e a tutte le discipline che si occupano dei meccanismi della rappresentazione. I contributi possono riferirsi alle seguenti categorie:
• rappresentazioni di distruzioni o di costruzioni in tutte le epoche e in tutte le tecniche;
• illustrazioni di opere letterarie che si riferiscono a rovine, distruzioni, costruzioni di edifici o di città
• descrizioni letterarie o musicali di rovine o di cantieri in costruzione, o altri temi che abbiano relazione con la visione architettonica sopra descritta
• trattati architettonici o artistici che utilizzino l’espediente retorico della rovina
• trattati anatomici che si riferiscano all’architettura nelle loro illustrazioni
4.2. La pelle degli edifici: stratificazioni e fratture tra involucro architettonico e spazio urbano
Coordinatori: Paola Placentino (Università degli Studi di Padova); Marzia Marandola (Università Iuav di Venezia)
Email: paola.placentino@unipd.it; marzia.marandola@iuav.it
Descrizione sessione
L’architettura ha una pelle. Come ogni epidermide, registra nel tempo le tracce di ciò che ha subito: incisioni, suture, amputazioni, innesti. Ampliamenti, demolizioni parziali, sopraelevazioni e inclusioni di corpi di fabbrica non sono operazioni neutre sul piano formale o culturale, ma interventi che alterano in modo irreversibile l’identità costruita di un edificio e che possono lasciare cicatrici leggibili nella materia, nella geometria o nel rapporto tra le parti. Parti costruite con logiche, materiali e linguaggi diversi si trovano ricongiunte con esiti nuovi sul piano estetico e formale, entro un unico organismo. La storia dell’architettura – italiana e non solo – è costellata di operazioni di riordino che hanno cucito insieme realtà profondamente disomogenee. Talvolta la ‘nuova’ architettura risulta essere l’esito di un progressivo processo di adattamento dell’edificio alle trasformazioni politiche, sociali e alle esigenze avanzate dai fruitori. L’architettura, così composta, riesce a dare rappresentazione fisica ad un nuovo assetto istituzionale o rispondere a una differente destinazione d’uso. Altre volte le giunture forzate, spesso dettate da logiche di razionalizzazione economica, cambio di destinazione d’uso o semplice necessità di nuovo spazio disponibile, hanno prodotto esiti che non sempre corrispondono alle aspettative di coerenza formale auspicate dai loro promotori. I segni lasciati su questi edifici si manifestano a diversi livelli. Sul piano materiale, si riconoscono nelle murature di epoche diverse accostate senza mediazione, nei serramenti tamponati, nelle tracce di solai scomparsi impresse sulle facciate, così come nelle imperfezioni esecutive di un rivestimento o nelle discontinuità strutturali, dove due logiche costruttive si scontrano senza dialogare. Sul piano spaziale, emergono nelle sequenze interrotte o variate, nelle gerarchie formali incomplete, nei vuoti residui che segnano l’impronta di corpi demoliti. Restano, dunque, le tracce fisiche a raccontare la vita dell’edificio che la trasformazione non ha cancellato, ma semplicemente spostato ai margini della lettura corrente. La sessione intende raccogliere contributi che esplorino queste dinamiche nelle loro implicazioni storiche, sociali e spaziali, attraverso la lettura delle tracce presenti sugli edifici per analizzare, inoltre, come cambi la relazione dell’architettura in esame con il contesto urbano e quanto incida nel progetto di trasformazione la volontà (o possibilità) di introdurre innovazioni costruttive. Si accettano approcci monografici e comparativi, riferiti a qualsiasi contesto geografico e cronologico.
4.3. La politica in piazza. Eventi, conflitti e stratificazioni simboliche negli spazi pubblici delle città europee (XIV-XX secolo)
Coordinatori: Marco Folin (Università degli Studi di Genova); Marco Felicioni (Università della Svizzera Italiana)
Email: marco.folin@unige.it; marco.felicioni94@gmail.com
Descrizione sessione
La sessione intende riflettere sul rapporto tra eventi politici, memoria collettiva e spazi urbani, concentrandosi sui luoghi che, nel corso del tempo, hanno assunto una particolare densità simbolica in quanto teatri della vita pubblica, del conflitto politico e della rappresentazione del potere. Al centro della proposta vi è l’idea che piazze, strade, complessi monumentali e altri spazi della città non costituiscano semplici scenari neutri dell’azione politica, ma concorrano attivamente a costruire gli eventi, a definirne la percezione pubblica e a iscriverne le tracce nella memoria urbana. Guerre, rivoluzioni, repressioni, celebrazioni, cortei, attentati o rituali collettivi lasciano infatti negli spazi della città segni materiali e simbolici destinati a essere continuamente reinterpretati, rimossi o ridefiniti nel corso del tempo. Nel solco delle riflessioni aperte da Mario Isnenghi in L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri (1994), la sessione accoglie contributi dedicati ai modi in cui specifici luoghi urbani sono stati utilizzati, reinterpretati e risemantizzati attraverso manifestazioni politiche, cerimonie pubbliche, rivoluzioni, cortei, occupazioni, episodi di violenza, rituali commemorativi o pratiche di partecipazione collettiva. Particolare interesse rivestono i processi di stratificazione memoriale che fanno di alcuni spazi urbani veri e propri “palinsesti”, nei quali eventi storicamente distanti continuano a sovrapporsi, entrare in conflitto o ridefinirsi reciprocamente, trasformando la città in un luogo di sedimentazione di traumi politici, memorie pubbliche e pratiche commemorative. La sessione accoglie sia prospettive diacroniche, dedicate alle trasformazioni e alle risemantizzazioni di uno stesso luogo nel lungo periodo, sia analisi sincroniche relative a specifici contesti storici e politici, entro un orizzonte europeo compreso tra il tardo medioevo e il XX secolo. Benvenuti i contributi sviluppati in chiave comparativa e attenti ai rapporti tra spazio urbano, teatralità politica, memoria pubblica e costruzione delle identità collettive, nonché alle forme della rappresentazione – iconografica, fotografica, cinematografica, letteraria o mediatica – e al ruolo svolto dagli spazi urbani nei processi di elaborazione e riconfigurazione delle memorie collettive tra XIV e XX secolo.
4.4. Scrivere e riscrivere la città. Ferite urbane nelle scritture esposte
Coordinatori: Giulia Becevello (Università degli Studi di Padova); Erica Bacigalupi (Università degli Studi di Genova)
Email: giulia.becevello@phd.unipd.it; erica.bacigalupi@gmail.com
Descrizione sessione
Le città conservano nelle architetture e negli spazi pubblici le tracce materiali e simboliche delle ferite, delle crisi e dei mutamenti che ne hanno segnato la storia. Tra queste testimonianze, le scritture esposte costituiscono una chiave di lettura delle fratture e delle ricomposizioni della vita urbana, attraverso cui comunità, gruppi sociali e istituzioni registrano, interpretano, celebrano, rimuovono o riscrivono eventi e trasformazioni, rendendo la città stessa un archivio diffuso.In relazione al tema del congresso, la sessione propone di interrogare le scritture esposte come dispositivi attivi, strumenti di costruzione della memoria pubblica, definizione delle identità collettive e governo dello spazio urbano. In che modo tali supporti registrano gli eventi traumatici che hanno influito sulle città? Come contribuiscono all’elaborazione di narrazioni condivise o, al contrario, alla produzione di memorie conflittuali? Quale ruolo assumono nei processi di ricostruzione, rifondazione e restauro degli spazi urbani e nella celebrazione di individui, famiglie, magistrature o gruppi sociali?Particolare attenzione sarà inoltre rivolta a programmi epigrafici, iscrizioni e graffiti e altre forme di scrittura esposta intesi come strumenti di regolazione e gestione dello spazio urbano. In che misura partecipano alla costruzione o al risanamento dell’ordine civico, alla prevenzione dei conflitti e alla definizione delle forme della convivenza urbana? Come si articolano i rapporti tra scrittura, monumento, architettura e paesaggio cittadino? E ancora, che cosa accade quando eventi di rottura di natura politica, istituzionale o dinastica portano a riscrivere il passato o orientare il presente? In quali forme si manifestano la sostituzione, la risemantizzazione o la cancellazione delle iscrizioni precedenti? O, al contrario, quali significati assumono il riuso e la ricollocazione di forme di scrittura pubblica provenienti dal passato? Come si costruiscono, attraverso questi supporti, memorie ufficiali, patrimoni controversi e identità collettive concorrenti? Saranno accolti contributi relativi a qualsiasi contesto geografico e cronologico, dal mondo antico all’età contemporanea, con particolare interesse per approcci comparativi e interdisciplinari capaci di mettere in dialogo diversi ambiti disciplinari per comprendere come le comunità urbane abbiano elaborato, rappresentato e trasmesso le ferite del proprio passato attraverso le pratiche di scrittura esposta.
4.5. Le “ferite” raccontate dalle confraternite tra età moderna e primo novecento
Coordinatori: Elena Gianasso (Politecnico di Torino); Manlio Montuori (Università degli Studi di Ferrara)
Email: elena.gianasso@polito.it; manlio.montuori@unife.it
Descrizione sessione
Nello scorrere le pagine delle guide e delle descrizioni del passato cittadino, le ferite sono talvolta nascoste, volutamente celate alla vista di un visitatore o di un curioso lettore, o sono celebrate, enfatizzate perché espressione e ricordo di atti avvenuti in città. Diari e cronache urbane permettono di ripercorrere con attenzione e dettaglio il momento della ferita o del suo risanamento. La parola “ferita” può essere assunta nel significato di discontinuità, lacerazione sanata o da sanare, ma anche rispetto all’etimo del termine latino “feritas, feritatis”, crudele, feroce, con radice “ferus”, selvaggio. La sessione si interroga sulle narrazioni di lesioni, traumi, danni e pure di cicatrici che si leggono nelle descrizioni degli spazi sacri o destinati all’assistenza e alla beneficenza voluti dalle confraternite, associazioni di fedeli laiche, cattoliche, riconosciute ai sensi del Codice di diritto canonico, nell’arco cronologico ampio che si apre con l’età moderna e si chiude nei primi decenni del Novecento. Le azioni confraternali tendono alla promozione del culto e, spesso, a “opere di apostolato, quali sono le iniziative di evangelizzazione, all’esercizio di opere di pietà o di carità, all’animazione dell’ordine temporale mediate lo spirito cristiano” (Can. 298 § 1). È l’agire stesso dei confratelli, in un’ottica interdisciplinare, a porsi come strumento per riconoscere le ferite, intese anche nel senso di trauma fisico, e curarle. Nelle città, gli edifici confraternali possono essere indagati nella relazione tra l’intitolazione di una confraternita, e quindi il fare dei confratelli e il disegno dello spazio urbano, discutendo la derivata geografia urbana. Al tempo stesso, le architetture costruite dalle associazioni cattoliche laicali possono diventare strumento per interrogarsi sulla ragione della localizzazione di chiese, ospizi, ospedali come mezzi per risanare lo spazio urbano, anche nella relazione tra le proprietà di uno stesso gruppo di fedeli. La domanda, ancora, può essere più dettagliata, estendendo la lettura al fabbricato costruito, in disegni che si definiscono tra progetto e cantiere: è qui che possono emergere figure professionali, talvolta citate nelle guide o nelle cronache, impegnate nel riparare traumi e danni subiti dalla città. Guide, diari, cronache e descrizioni si assumono come fonti documentarie di riferimento per riconoscere le confraternite, le chiese e i relativi beni, talvolta anche ex-voto di ringraziamento per una ferita evitata. Benvenute anche le proposte che discutono il tema ponendo in dialogo i depositi di memorie collettive con il patrimonio iconografico di cui sono portatori, ancora riconoscendo significati e ruoli delle chiese e degli spazi funzionali al fare dei confratelli. In che modo, ancora, chiese ed edifici delle confraternite permettono di scrivere la memoria di ferite superate o non sanate? Come diventano identitarie di una città? Quale ruolo assumono per superare i traumi del passato?
4.6. Usi e abusi del restauro architettonico: modelli, attori, narrazioni
Coordinatori: Olha Zarechnyuk (Center for Urban History, Lviv/Università di Venezia Ca’ Foscari); Cristiano Guarneri (Università Ca’ Foscari Venezia)
Email: olha.zarechnyuk@unive.it; cristiano.guarneri@unive.it
Descrizione sessione
Il restauro architettonico può curare vecchie ferite e crearne di nuove. Secondo l’utilizzo, può facilitare la guarigione, ad esempio in seguito ai disastri o al normale degrado, così come a processi di riconciliazione tra gruppi all’interno della società. Tuttavia, attraverso la rimozione o l’aggiunta di alcune caratteristiche e strati storici, la ridefinizione dell’uso e dei significati degli edifici, il restauro può cancellare o travisare gli individui e le loro storie. Perpetuati in forma materiale, i cambiamenti apportati dal restauro incidono sul modo in cui gli edifici sono percepiti. Inoltre, determinano il modo in cui il patrimonio – e il passato che rappresenta – è raccontato nella storiografia, influenzando le generazioni a venire. Il restauro architettonico ha attraversato una grande varietà di approcci. Dai grandi centri culturali, pensatori come Eugène Viollet-le-Duc, John Ruskin, Alois Riegl, Camillo Boito o Gustavo Giovannoni hanno sviluppato modelli di restauro che sono poi diventati canonici. Tuttavia, l’applicazione pratica dei loro principi nei contesti locali fu tutt’altra cosa. Queste applicazioni, così come i fattori politici, sociali e culturali, sono spesso stati trascurati in letteratura, con il pretesto della loro non universalità, per il ritardo o semplicemente la mancanza di professionalità. Questa sessione intende esplorare la diversità di approcci del restauro architettonico e le sue conseguenze nei secoli XIX e XX. Si invitano contributi focalizzati sui complessi rapporti tra il restauro e le agende politiche ad esso sottese, tra gli edifici e i loro restauratori, tra il passato e la sua rappresentazione. Si incoraggiano indagini sul patrimonio conteso, così come studi su città, regioni e stati sottorappresentati, mirando a mettere in discussione le storiografie nazionali e globali occidentali. Alcune questioni da considerare includono:
• Il processo di formazione del patrimonio (selezione degli edifici, descrizione e spiegazione del restauro architettonico e dei suoi obiettivi di vasta portata);
• Restauro/conservazione e politica (influenza dei programmi politici sul restauro architettonico e suoi riflessi nelle storiografie);
• Edifici e testi (argomenti strumentali a forgiare nuove narrazioni sulla storia di una città, regione o stato usati come fonti nel restauro);
• Attori e reti (specialmente i non professionisti, gli amatori, i politici, i funzionari pubblici, gli attivisti, oltre che architetti e storici dell’arte).
4.7. Il paesaggio urbano delle moderne treaty port cities: élite cosmopolite, gruppi sociali emergenti e narrazioni contrastanti (ca. 1870-1950)
Coordinatori: Jie Han (Xiamen University); Xianqing Zhang (Hainan University)
Email: aki.hanjie@gmail.com; xianqingxm@126.com
Descrizione sessione
Dalla fine del XIX secolo alla metà del XX secolo, sotto l’impatto dell’espansione globale e della modernizzazione occidentale, le città portuali aperte al commercio internazionale subirono una profonda trasformazione, passando da tradizionali centri amministrativi e commerciali regionali a metropoli cosmopolite e semi-coloniali, rimodellando radicalmente la loro struttura spaziale, la loro forma economica e il loro panorama sociale.La maggior parte delle città portuali aperte al commercio internazionale subì un processo di occidentalizzazione nella pianificazione territoriale e nella forma urbana. Oltre alla nascita di concessioni ed enclavi, queste città assistettero anche alla modernizzazione dell’edilizia urbana e all’introduzione di nuove tipologie di edifici. Le infrastrutture moderne si diffusero ampiamente e il collegamento tra le città portuali e l’entroterra si rafforzò, favorendo notevolmente la precoce industrializzazione della maggior parte di esse.La storiografia tradizionale sulla costruzione delle città portuali dei trattati sottolinea l’impatto del potere coloniale in questo processo. Vale la pena notare, tuttavia, che in questo periodo le città portuali dei trattati videro l’emergere di nuovi gruppi sociali composti da élite locali, immigrati provenienti da altre regioni e dall’estero, che colsero l’opportunità di acquisire potere in patria. Essi abbracciarono la modernizzazione. Man mano che le città portuali dei trattati diventavano i centri nevralgici di rivoluzioni, riforme e nuovi movimenti culturali, questi nuovi gruppi sociali costruirono anche le proprie identità.Con l’ordine internazionale del dopoguerra, molte città portuali di proprietà dei trattati hanno subito una ristrutturazione del loro contesto spaziale urbano. Oggi, numerose concessioni coloniali, in quanto elementi importanti della narrazione storica di queste città, sono oggetto di attenzione per la conservazione. Allo stesso tempo, le tracce dello sviluppo urbano moderno, guidato dai gruppi sociali emergenti del periodo, hanno spesso subito le conseguenze dei cambiamenti di regime e delle speculazioni immobiliari, integrate in un rapido sviluppo urbano attraverso demolizioni e ricostruzioni, provocando ferite al paesaggio urbano.Questa sessione si concentra e mira a rivelare e ricostruire la narrazione dimenticata del paesaggio urbano relativo alle città portuali di trattato in un periodo specifico, includendo:
• resti fisici, come sviluppo urbano, morfologie urbane, tipologie edilizie, materiali, toponimi, infrastrutture;
• immagini e memorie di un passato scomparso, attraverso foto storiche, archivi familiari, mappe, storia orale, ecc.;
• aspetti immateriali come l’artigianato, la tecnologia;
• protezione, riutilizzo o riqualificazione attraverso i quali le persone oggi reinterpretano il passato. I contributi possono trattare casi di studio o un approccio più teorico alla questione delle narrazioni contrastanti sulla storia delle città portuali.
4.8. Ferite, rovine, spolia: regimi spaziali della memoria nel XX secolo
Coordinatori: Ráhel Gyöngyvér Győrffy (Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut); Franz Bittenbinder (Politecnico di Milano)
Email: rahel.gyorffy@khi.fi.it; stephanviktor.bittenbinder@polimi.it
Descrizione sessione
La macrosessione è incentrata su tre fenomeni fondamentali nella discussione sulle ricostruzioni a seguito di atti violenti: la ferita, la rovina e gli spolia. La sessione cerca quindi di rispondere alla domanda se esistano metodi e strumenti specificamente architettonici per la costruzione della memoria post-catastrofica. In che modo le rovine e i vuoti della distruzione costruiscono un ambiente urbano della memoria insieme alle nuove architetture, che riempiono i vuoti traumatici, sovrascrivono le impronte urbane catastrofiche e stabiliscono insiemi urbani, paesaggi urbani e stradali della memoria attraverso la narrazione spaziale e architettonica, per cui la ferita stessa è spesso oggetto di patrimonializzazione. Sono benvenuti sia casi di studio specifici che quadri teorici che analizzino, attraverso un approccio fenomenologico, come l’architettura possa allo stesso tempo indurre l’oblio ed essere un metodo quasi terapeutico per elaborare la memoria traumatica come strumento spaziale di narrazione. La sessione cercherà di sollevare questioni relative a ciò che può essere considerato una ferita all’interno del tessuto urbano, a cosa significhi l’apertura di questa ferita e se la cicatrizzazione come processo sia qualcosa che può essere tracciata spazialmente e materialmente. Si incoraggia la ridefinizione del concetto di rovina urbana, così come di complessi moderni in rovina e città abbandonate (anche in caso di abbandono forzato), mettendo in discussione l’impossibilità della rovina nel contesto tardo-capitalista e proponendo l’instabilità semantica della rovina (HELL/SCHÖNLE 2010) come punto di partenza per la discussione. Infine, l’uso o il deciso disinteresse per gli spolia e altri resti materiali dello stato precedente alla distruzione o dell’atto violento stesso nella costruzione di nuove architetture viene riconsiderato nel contesto dei principi conservazionisti e degli effetti nella costruzione di narrazioni spaziali, per cui l’urbano è soggetto a un processo di negazione tra diverse comunità di memoria. La metafora della ferita ha una lunga tradizione nel suo utilizzo per le città colpite da catastrofi (SCHNEIDER/SUSSER 2003, TILL 2012, FOLIN/PRETI 2015). Il “corpo” della città viene così antropomorfizzato e le lacune, i detriti e gli elementi distrutti del tessuto urbano precedente sono considerati come ferite. La ferita è quindi principalmente aperta e permette una visione che, senza le circostanze catastrofiche, non sarebbe possibile vedere. Questa materializzazione di “qualcosa che fuoriesce o esplode da un guscio rappresentativo” (COUSINS 1995) è essenziale nella discussione fenomenologica dell’argomento. Poiché la memoria collettiva è sempre una costruzione, per cui la memoria involontaria appare come qualcosa di decisamente fuori controllo e le immagini di natura traumatica che permangono al di là della razionalizzazione (ASSMANN 2018), la sessione cerca di districare il modo in cui la memoria viene narrata spazialmente.
4.9. Monumenti feriti e patrimoni controversi. Storie di dispersioni, smembramenti e risemantizzazioni dall’età dei Lumi alla contemporaneità
Coordinatori: Rosa Esmeralda Partucci (Accademia di Belle Arti di Napoli); Luisa Sefora Rosaria Puca (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: r.esmeraldapartucci@hotmail.com; sefora.puca@yahoo.com
Descrizione sessione
Le città conservano le tracce di conflitti politici, religiosi, sociali e militari che, dall’età dei Lumi alla contemporaneità, hanno investito monumenti e patrimoni artistici mobili e immobili. Guerre, rivoluzioni, processi di secolarizzazione, trasformazioni urbanistiche, pratiche coloniali e decoloniali, regimi totalitari, interventi di modernizzazione e recenti conflitti armati hanno prodotto fenomeni di danneggiamento, smembramento, dispersione, trasferimento, rifunzionalizzazione e risemantizzazione del patrimonio artistico urbano.La sessione intende esplorare il monumento e in il patrimonio artistico urbano, nelle loro plurime declinazioni, come dispositivi di sedimentazione e trasmissione della memoria, soffermandosi sui processi di trasformazione che ne hanno ridefinito l’aspetto, le funzioni e l’orizzonte iconologico. Tali processi rivelano come il passato sia oggetto di continue pratiche di reinterpretazione, appropriazione, negoziazione e contestazione, attraverso le quali le società costruiscono e ridefiniscono la propria memoria collettiva. Particolare attenzione sarà perciò rivolta alle vicende che hanno comportato la perdita dell’integrità materiale e simbolica dei manufatti, alla loro dislocazione nello spazio urbano o museale, alla frammentazione dei contesti originari e alle successive strategie di ricostruzione, conservazione, reinterpretazione e risemantizzazione. L’arco cronologico compreso tra la fine del XVIII e il XIX secolo consente di analizzare fenomeni di lunga durata: dalle requisizioni rivoluzionarie e napoleoniche ai processi di industrializzazione ottocenteschi, dai programmi elaborati nel contesto risorgimentale per la costruzione delle identità nazionali e dall’eversione dell’asse ecclesiastico alle strategie rappresentative del fascismo, dalle città ferite dalle guerre del Novecento e dalle loro successive ricostruzioni, fino alle odierne pratiche di restituzione, patrimonializzazione e ridefinizione dei significati attribuiti ai monumenti. Un’attenzione specifica sarà inoltre dedicata al ruolo delle esposizioni, delle rassegne artistiche e dei grandi eventi culturali quali luoghi privilegiati di osservazione, interpretazione e registrazione di fenomeni storici e sociali. Mostre, biennali, esposizioni universali e manifestazioni artistiche possono infatti essere considerate dispositivi critici attraverso cui leggere fatti emblematici e situazioni sintomatiche del proprio tempo, contribuendo alla costruzione di nuove narrazioni sulla città, sul patrimonio e sulle memorie collettive.La sessione si propone di accogliere contributi che, in chiave retrospettiva e diacronica e mediante l’analisi di fonti documentarie e rappresentazioni visive (dipinti, incisioni, vedute, fotografie, manifesti, film, istallazioni), mirano alla comprensione delle vicende dei monumenti e del patrimonio artistico urbano.
4.10. Drammi, ferite, trasformazioni delle città in guerra: riflessi bellici nella cultura artistica europea durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale
Coordinatori: Matteo Fochessati (Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura); Anna Vyazemtseva, Politecnico di Milano)
Email: mfochessati@palazzoducale.genova.it; avyazemtseva@palazzoducale.genova.it
Descrizione sessione
Durante i due grandi conflitti del Novecento, le arti visive, attive in un’epoca ancora connotata da un limitato raggio d’azione dei mezzi di comunicazione, rappresentarono fondamentali e potenti strumenti per la propaganda e per la conservazione della memoria delle trasformazioni determinate dalla guerra. Contribuendo a veicolare i messaggi della propaganda, le ricerche artistiche fornirono infatti una fondamentale documentazione delle ferite inferte nei centri urbani dalla guerra e, conservando il ricordo di tali drammatiche trasformazioni del tessuto architettonico e sociale, furono un’utile risorsa nei successivi anni della ricostruzione. La documentazione dei danni della guerra – i crolli dei palazzi pubblici e delle residenze civili, la distruzione delle infrastrutture e la progressiva mancanza di servizi – fu affidata non solo alle arti maggiori, pittura e scultura, ma anche, per una più immediata e incisiva forma di comunicazione, a produzione artistiche di “massa”, come manifesti, insegne e installazioni urbane. La sessione invita a presentare proposte di interventi che, dedicati ai reperti di memoria visiva della Prima e della Seconda guerra mondiale, analizzino l’impatto degli eventi bellici sulle strutture urbane attraverso la variegata gamma di forme artistiche prodotte all’epoca.
4.11. I musei nel dopoguerra: architetture simbolo tra spazio pubblico e ricostruzione urbana
Coordinatori: Daniela Barbieri (Musei Nazionali di Genova); Sara Rulli (Università degli Studi di Genova)
Email: daniela.barbieri@cultura.gov.it; sara.rulli@cultura.gov.it
Descrizione sessione
La sessione sarà dedicata al ruolo giocato dai musei nella ricostruzione delle città europee del secondo dopoguerra in rapporto con il contesto urbano, nel loro profondo significato di spazio pubblico e di luogo depositario di memoria condivisa. Nonostante i decenni trascorsi, il tema continua infatti ad essere estremamente attuale e a presentare una grande complessità. Quali sono stati i motivi che hanno portato alcune città – in uno scenario ancora di macerie – alla scelta di investire prioritariamente denari ed energie nella ricostruzione dei musei? E laddove invece ciò non è avvenuto nell’immediato, quali sono state le ragioni che hanno guidato questa scelta? La sessione sarà l’occasione per avviare un confronto e per riflettere sul ruolo assegnato, allora e oggi, all’istituzione museo: da luogo elitario per lo studio e l’approfondimento è stato, a partire dal dopoguerra, riletto e riproposto come spazio pubblico, educativo e civico, gettando così le fondamenta per il museo contemporaneo; parallelamente, riedificare il museo significava preservare la memoria e ricostruire l’identità collettiva della società, culturale e democratica. Su questa scia ci si soffermerà anche sul ruolo giocato dal museo all’interno del più ampio processo di ricostruzione urbana; la sua natura di ‘architettura simbolo’ e ‘segno politico’ lo ha reso e lo rende un luogo in cui si confrontano differenti strategie di elaborazione della ferita bellica: dalla volontà di conservare la memoria del vecchio edificio attraverso la ricostruzione filologica delle preesistenze alla messa in evidenza della frattura attraverso l’adozione di linguaggi architettonici contemporanei. È in questo contesto che si vuole porre l’accento sui musei come poli culturali e parte di un più ampio sistema di relazioni spaziali, sociali e politiche; realtà complesse e interdisciplinari capaci di attivare processi di rigenerazione urbana.
4.12. Ferite e conflitti. La Ricostruzione italiana nel cinema: sguardi e prospettive
Coordinatori: Gemma Belli (Università degli Studi di Napoli Federico II); Ermanno Bizzarri (Biblioteca Nazionale di Napoli); Andrea Maglio (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: gemma.belli@unina.it; erm.bizzarri@gmail.com; andrea.maglio@unina.it
Descrizione sessione
La ricostruzione delle città italiane nel secondo dopoguerra rappresenta uno dei processi di trasformazione urbana e sociale più significativi del Novecento. Tra la fine degli anni Quaranta e i due decenni successivi, la necessità di rispondere alle distruzioni belliche si intreccia con fenomeni di rapida urbanizzazione, migrazioni interne, emergenze abitative ed espansione edilizia. Infatti, se da un lato si assiste a incisivi interventi nelle aree danneggiate dal conflitto, dall’altro vengono realizzati nuovi quartieri e periferie che modificano profondamente il volto delle città e le loro geografie sociali, non senza tensioni e conflitti. La sessione intende esplorare il modo in cui il cinema ha raccontato tali processi,configurandosi non soltanto come strumento di rappresentazione della realtà, ma anche come osservatorio privilegiato delle contraddizioni che hanno accompagnato la nascita della città contemporanea. Dalle immagini delle città ferite del Neorealismo ai racconti delle periferie e delle borgate, il cinema ha restituito le molteplici dimensioni della ricostruzione materiale e sociale del Paese. Opere come Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini e Il tetto (1956) di Vittorio De Sica, ad esempio, documentano il passaggio dalla guerra alla rinascita e il tema dell’emergenza abitativa; Accattone (1961) e Mamma Roma (1962) di Pier Paolo Pasolini raccontano le nuove marginalità delle borgate romane, mentre Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi affronta i conflitti legati alla speculazione edilizia. Più recentemente, pure pellicole come C’è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi hanno riportato l’attenzione sulle condizioni di vita e sulle speranze dell’immediato dopoguerra. Attraverso prospettive che intrecciano storia del cinema, storia urbana e dell’architettura, la sessione si propone di riflettere sul ruolo delle immagini in movimento nella costruzione di una memoria collettiva delle trasformazioni che hanno segnato le città italiane del secondo dopoguerra. Saranno, pertanto, accolti contributi dedicati all’analisi di film che abbiano raccontato la ricostruzione e i conflitti generati da essa generati, nonché proposte volte a indagare la capacità del cinema di rendere visibili fenomeni di disagio sociale spesso trascurati dalle narrazioni ufficiali, contribuendo talvolta ad alimentare il dibattito pubblico sulle politiche urbane.
4.13. Patrimonio culturale distrutto: progetti di pianificazione e progettazione per i centri storici a seguito dei conflitti militari a partire del XX secolo
Coordinatori: Birgit Knauer (Technische Universität Wien); Carmen M. Enss (Otto-Friedrich-Universität Bamber)
Email: birgit.knauer@tuwien.ac.at; carmen.enss@uni-bamberg.de
Descrizione sessione
Nel corso del XX secolo, i danni causati dai conflitti bellici ai quartieri storici hanno posto i pianificatori e le amministrazioni comunali di fronte alla difficile sfida di trovare soluzioni architettoniche e urbanistiche che mediassero tra conservazione e trasformazione. Molte amministrazioni comunali hanno tuttavia cercato di promuovere una profonda fase di trasformazione che ancora oggi caratterizza molte città. I progetti spaziavano quindi dalle ricostruzioni alle nuove creazioni in stile storico fino a progettazioni radicalmente moderne. Negli ultimi anni, le storie delle città e dei protagonisti degli anni della guerra e della ricostruzione sono state oggetto di studi approfonditi. Sono state trovate e valorizzate nuove fonti iconografiche e cartografiche. Ciò apre nuove prospettive per la ricerca storica sulla ricostruzione. In questa occasione, la sessione intende mettere in primo piano i progetti di ricostruzione urbanistica e architettonica come opere progettuali e affrontare i dibattiti a essi correlati. In particolare, si analizzerà il rapporto tra continuità e rinnovamento e il modo in cui questo si riflette nell’architettura e nell’urbanistica. In che modo è stato valutato il patrimonio edilizio storico e come è stato integrato nei progetti? Quali strategie hanno adottato gli architetti per reinterpretare le strutture urbane storiche? Qual è il rapporto tra ricostruzione, adattamento e frattura consapevole? In che modo questi progetti si rapportavano all’immagine che le città volevano dare di sé al mondo esterno e alla storia che amministrazioni comunali volevano raccontare?Possibili argomenti:
• Strategie progettuali nella gestione di rovine e distruzioni;
• Ricostruzione vs. riprogettazione: conflitti ideologici ed estetici;
• Spolia, materialità e conservazione delle tracce;
• Riflessioni teoriche sul “risanamento” dopo la distruzione;
• Cultura della memoria e narrazioni della ricostruzione; Si ricercano contributi nei settori dell’architettura e della teoria dell’architettura, della storia dell’architettura, dell’urbanistica, della conservazione e della teoria del restauro, della scienza della costruzione storica e delle scienze culturali. Sono benvenuti sia approcci comparativi che casi di studio e contributi teorici.
4.14. Le ferite della deindustrializzazione. Traumi urbani, culture postindustriali, ecologie della fabbrica e nuove memorie della città
Coordinatori: Maggie Altinier (Ricercatrice indipendente); Fosca Anita Marianna Grespi (Università di Torino); Aurora Iannello (ISMEL – Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro, dell’Impresa e dei Diritti Sociali)
Email: maggie.altinier@gmail.com; foscanita@hotmail.it; aurora.iannello7@gmail.com
Descrizione sessione
La deindustrializzazione ha rappresentato una delle fratture più profonde e visibili nella storia urbana europea a partire dal secondo Novecento: uno shock che ha ridisegnato geografie, economie e corpi sociali di intere città. Si è trattato, dal punto di vista storico, di un processo complesso e di segno non univoco. Da un lato, la deindustrializzazione ha rappresentato una ferita e un trauma per le città colpite. La dismissione degli impianti, il crollo dell’occupazione, la contrazione demografica e la crisi dell’identità operaia hanno lasciato profonde “cicatrici” economiche, sociali e culturali sul tessuto urbano. Allo stesso tempo, tuttavia, la deindustrializzazione ha avuto l’effetto di ridimensionare alcune delle contraddizioni prodotte dalla precedente fase di espansione industriale incontrollata: di lenire, quindi, quei traumi sociali, ambientali e sanitari legati alla grande fabbrica che la storiografia non può permettersi di dimenticare né di sottovalutare. Luci e ombredi un processo che non cessa di essere contraddittorio e che non può essere incasellato in categorie univoche, né nel gergo delle politiche di “rigenerazione” urbana. Questa sessione intende esplorare storicamente la deindustrializzazione come evento urbano traumatico ma contraddittorio, analizzandone gli effetti su piani molteplici e interconnessi: le trasformazioni sociali, economiche e demografiche dei quartieri e degli spazi urbani colpiti; le trasformazioni politiche, culturali e identitarie legate al tramonto della grande fabbrica; l’evoluzione delle memorie collettive della fabbrica, del lavoro e dell’identità operaia dopo la deindustrializzazione, così come le memorie della deindustrializzazione stessa; l’impatto sulla salute dei lavoratori e delle lavoratrici e degli/delle abitanti delle aree colpite; l’impatto ambientale ed ecologico del processo di deindustrializzazione; le forme e i linguaggi con cui è stata narrata la deindustrializzazione tra gli anni Settanta e Novanta, dalla musica punk alla narrativa, fino alle arti visive e figurative; le trasformazioni del tessuto urbano e dei paesaggi industriali, le politiche di riconversione dei “vuoti urbani” e le loro contraddizioni, nonché i tentativi di valorizzazione dell’industrial heritage e del turismo industriale. La sessione accoglie contributi di storia urbana, economica, sociale, culturale, politica e ambientale dedicati a casi di deindustrializzazione urbana italiana ed europea. L’obiettivo è costruire un confronto comparativo e interdisciplinare capace di restituire alla deindustrializzazione il suo carattere di evento storico complesso, in grado di ridefinire città, spazi urbani e comunità su scala intergenerazionale.
4.15. Cicatrici. Memorie, tracce e permanenze del patrimonio industriale nelle trasformazioni urbane
Coordinatori: Valentina Pintus (Università degli Studi di Cagliari); Nino Sulfaro (Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria)
Email: valentinapintus@unica.it; nino.sulfaro@unirc.it
Descrizione sessione
Le città sono il risultato dell’alternanza ciclica tra processi di crescita e decrescita, costruzione e distruzione. Tra i più potenti agenti di trasformazione urbana, l’industrializzazione ha profondamente modellato i territori favorendo la formazione di nuovi sistemi produttivi, infrastrutture e forme di organizzazione sociale, radicandosi profondamente nei tessuti urbani storici. Allo stesso modo, la deindustrializzazione ha svolto un ruolo decisivo nella ridefinizione dei paesaggi urbani contemporanei, poiché la scomparsa delle attività produttive non si traduce semplicemente in un’assenza. Si ingenera quello che potremmo definire “industrial afterlife”: una condizione nella quale gli ex siti produttivi continuano a esistere, oltre la loro “morte” funzionale, come forme spaziali e materiali e come memorie socio-culturali. In altre parole, l’afterlife dei paesaggi industriali costituisce una condizione temporale estesa, nella quale la trasformazione rimane continua e irrisolta. Architetture, infrastrutture e comunità persistono come tracce stratificate, modificando i sistemi valoriali e di significato e influenzando la percezione e l’abitare delle città. Lungi dallo scomparire, gli ex siti produttivi vengono continuamente trasformati nel tempo, oscillando tra abbandono e reintegrazione, obsolescenza e reinvenzione. Considerati simultaneamente come eredità gravose di un passato difficile e come risorse per futuri possibili, i resti industriali non sono reliquie di ciò che è stato, ma componenti attive del paesaggio urbano contemporaneo, residui materiali e simbolici attraverso i quali la città continua a evolversi. In questo senso, essi persistono come forme di cicatrici (scar tissue) all’interno del tessuto urbano, segni di ciò che è stato danneggiato, ma anche testimonianze di ciò che continua a vivere. Diversamente da una ferita (wound), che segnala un momento puntuale di rottura, lo scar tissue incarna la persistenza della trasformazione nel tempo. La metafora risulta pertanto particolarmente utile per interpretare il ruolo delle eredità industriali nelle città contemporanee. Interpretando le eredità industriali attraverso il concetto di ‘afterlife’, la sessione intende promuovere una discussione interdisciplinare su come le città affrontino le conseguenze di lungo periodo della deindustrializzazione e negozino le sfide poste dalle contemporanee transizioni ecologiche, economiche e sociali. Temi della sessione:
• il ruolo della conservazione nella negoziazione delle eredità industriali difficili e controverse;
• esperienze di conservazione e gestione del patrimonio industriale;
• memoria, rigenerazione e pressioni di mercato nel progetto sul patrimonio industriale;
• valori, autenticità e integrità nei contesti post-industriali;
• processi di patrimonializzazione (heritage-making) dei paesaggi produttivi;
• conservare, trasformare o riattivare le industrial afterlives;
• patrimonio industriale e transizioni ecologiche ed energetiche.
4.16. Negoziare un passato difficile: patrimonio conteso e paesaggi della memoria e dello sfollamento
Coordinatori: Katerina Chatzikonstantinou (University of Thessaly, Volos); David Martin Lopez (Universidad de Granada)
Email: a.chatzikonstantinou@gmail.com; davidmartinlopez@gmail.com
Descrizione sessione
Gli ambienti urbani e territoriali sono plasmati da processi storici stratificati in cui memoria, sfollamento e trasformazione sociale si intrecciano nell’ambiente costruito. Edifici, monumenti, infrastrutture e spazi pubblici legati a dittature, guerre, colonialismo, migrazioni e violenza politica fanno parte di sistemi spaziali più ampi e si trasformano attraverso riqualificazione, cambiamenti demografici, tutela del patrimonio e continue negoziazioni su memoria e identità. Il patrimonio contestato non riguarda solo l’assenza di politiche interpretative per luoghi della memoria oggi scomodi, ma condizioni paesaggistiche più ampie in cui coesistono continuità e rottura. I paesaggi segnati da sfollamento e conflitto restano spazi attivi di negoziazione, dove strutture ereditate si intrecciano con trasformazioni urbane e sociali contemporanee. Questa sessione analizza come la gestione del patrimonio si rapporti a tali paesaggi e come essi vengano rimodellati tramite reinterpretazione, adattamento, riuso o rimozione. Partendo dagli studi sul patrimonio contestato e sui paesaggi urbani feriti, estende il dibattito agli effetti spaziali del cambiamento politico, della migrazione e della ristrutturazione urbana di lungo periodo. L’attenzione è rivolta alla produzione di significato a diverse scale, dai singoli siti alle configurazioni urbane e territoriali. Monumenti, infrastrutture e spazi pubblici mantengono una presenza materiale e simbolica, ma la loro interpretazione viene costantemente ridefinita da pratiche quotidiane e contesti sociali e politici in evoluzione. I paesaggi diventano così strumenti attraverso cui le società si confrontano con un passato difficile adattandosi a nuove condizioni urbane. La sessione invita contributi che esplorino come questi processi siano governati, interpretati e vissuti. Tra le domande chiave: come i paesaggi dello sfollamento e della rottura politica influenzano le identità urbane contemporanee? Come le pratiche patrimoniali possono confrontarsi con memorie stratificate senza semplificarle? Quale ruolo svolgono architettura e paesaggio nella trasformazione sociale? In che modo migrazione e cambiamento urbano si intrecciano con eredità di esclusione o violenza? Gli interventi in contesti contesi favoriscono riconoscimento e riparazione o riproducono disuguaglianze nella memoria e nella rappresentazione? Sono accolti contributi interdisciplinari da architettura, studi urbani e sul patrimonio, geografia, antropologia, sociologia, storia, studi sul paesaggio e sulla memoria, con particolare interesse per approcci comparativi e transnazionali. La sessione mira a promuovere un dibattito critico sul ruolo dei paesaggi della memoria e dello sfollamento nelle condizioni urbane e territoriali contemporanee e sul loro contributo a un futuro più inclusivo e consapevole.
4.17. Città dislocate, città abbandonate. Territori vulnerabili e luoghi relitti tra oblio, memorie controverse e nuove attenzioni
Coordinatori: Carla Bartolomucci (Università degli Studi dell’Aquila); Adalgisa Donatelli (Sapienza Università di Roma); Pedro Hurtado Valdez (Universidad San Ignacio de Loyola, Lima)
Email: carla.bartolomucci@univaq.it; adalgisa.donatelli@uniroma1.it; phurtado@usil.edu.pe
Descrizione sessione
La sessione vuole rivolgere lo sguardo a quei luoghi feriti che (in seguito a catastrofi naturali o a cause antropiche) sono stati ricostruiti altrove, con una particolare attenzione a ciò che rimane degli spazi urbani abbandonati dopo tali trasferimenti. Terremoti, calamità, guerre, scelte di nuovi sviluppi urbani hanno provocato nel tempo diversi allontanamenti più o meno improvvisi; non si intende affrontare il tema dal punto di vista demografico e socioeconomico, quanto riflettere su cosa resta di questi fenomeni di esodo. Mentre le città e i paesi rifondati sono stati oggetto di vari studi che ne evidenziavano le novità urbanistiche e architettoniche, la considerazione per gli spazi relitti appare tuttora in secondo piano nonostante i siti abbandonati e i ‘paesi fantasma’ siano oggi al centro di nuovi interessi e curiosità. Oltre ai casi ben noti e di fatto musealizzati, molti luoghi in Italia e in Europa sono oggetto di esplorazioni e di riscoperte che, pur aprendo prospettive di nuovo sviluppo, li espongono tuttavia a ulteriore degrado. La condizione di abbandono ha causato nel tempo forme di dissesto materiale e strutturale sul costruito, comportando la perdita di una visione integra dei luoghi, ma quasi mai una percezione autentica dei caratteri propri dell’edificato. Viceversa, soprattutto in contesti colpiti da recenti calamità, gli interventi di ricostruzione finora osservati sembrano annichilire i valori storico-architettonici, privilegiando esigenze funzionali e strutturali. Si è, dunque, di fronte al paradosso in cui la perdita d’uso sembra aver preservato meglio i tratti identitari degli insediamenti abbandonati, comunque destinati alla sparizione se non si interviene almeno a limitare l’inevitabile avanzamento del degrado. La conservazione di tali testimonianze materiali presenta oggi notevoli criticità, sia concettuali sia operative; dagli interventi di recupero che – trasformando i paesi a uso esclusivo di un turismo élitario – sembrano negare la storia legata all’abbandono per rigenerare spazi architettonici e urbani destinati a fruizioni privilegiate, alle persistenti condizioni di dissesto e rovina (diffuse sia in territori naturali, sia urbani e periurbani) che mostrano un’indubbia suggestione, ma evidenziano anche il rischio di irreversibile perdita. La sessione auspica di focalizzare l’attenzione verso nuovi possibili approcci che possano conciliare la memoria con la salvaguardia materiale dei luoghi da consegnare al futuro.
4.18. Monumentalità fragile nella città. Nuove concezioni della monumentalità urbana
Coordinatori: Carlos Bitrián Varea (Universitat Politècnica de Catalunya); Carmen Rodríguez Pedret (Universitat Politècnica de Catalunya); Ramon Rispoli (Università degli Studi di Napoli Federico II)
Email: carlos.bitrian@upc.edu; carmen.rodriguez@upc.edu; ernestoramon.rispoli@unina.it
Descrizione sessione
Questa proposta di sessione nasce dalle riflessioni sviluppate all’interno del progetto MoFra Project (Monumentalità fragile e produzione non istituzionale del patrimonio in Spagna. Un catalogo rappresentativo, finanziato dal Governo Spagnolo), con l’intenzione di aprire alla comunità scientifica i progressi compiuti e incoraggiare la partecipazione attorno ai suoi contenuti. In accordo con il progetto sulla monumentalità fragile, riteniamo che si tratti di “un ambito all’interno della monumentalità e del patrimonio che necessita ancora di essere sistematizzato. È ciò che abbiamo definito monumentalità fragile, intendendo quelle tracce fisiche e impronte spaziali prodotte spontaneamente e liberamente da persone e gruppi sociali al fine di esprimere i propri messaggi memoriali, siano essi di lutto, rivendicazione politica o espressione artistica derivante dal senso di appartenenza a un gruppo specifico. La monumentalità fragile, contrariamente al patrimonio culturale così come viene tradizionalmente inteso, si caratterizza per la sua produzione ai margini delle istituzioni e dei gruppi sociali che hanno accesso ad esse o che si trovano nella posizione di condizionarne le politiche. Entrambi – le istituzioni e i gruppi con rappresentanza – possiedono la capacità privilegiata di produrre spazio pubblico, anche dal punto di vista della memoria. Tuttavia, la realtà apre delle crepe riuscendo a caricare lo spazio di connotazioni memoriali e messaggi, il più delle volte anonimi, spontanei, sfuggenti ed effimeri. Vale a dire, fragili” (memoria del nostro progetto). L’obiettivo della sessione è promuovere una riflessione su questo tipo di monumentalità, contribuendo a definirla, a stabilire le tipologie di elementi che la compongono e a conoscere esempi che ne siano espressione. È particolarmente importante ottenere una visione globale del fenomeno, per osservare le differenze che, a seconda del contesto sociale o geografico, possono emergere in relazione alla monumentalità fragile. Un aspetto che riteniamo necessario affrontare riguarda le conseguenze politiche che la monumentalità fragile ha o può avere, nella convinzione che essa possieda un potenziale trasformativo capace di aiutare le comunità locali a raggiungere maggiori livelli di democrazia e autogestione. È inoltre necessario riflettere sulle caratteristiche formali, materiali e costruttive di questo tipo di interventi monumentali, e considerare la possibilità di derivarne un’estetica suscettibile di essere valorizzata. In questo senso, incoraggiamo la discussione sulle basi tradizionali che sostengono l’approccio generale a ciò che è considerato bello e degno di essere preservato. La sessione sarà aperta sia ad approcci generali, sia alla ricerca di tipologie e alla presentazione di studi di caso specifici, al racconto di esperienze di creazione, gestione o distruzione, così come a studi storici che affrontino le conseguenze politiche, sociali ed estetiche di questo tipo di monumentalità.
4.19. Raccontare la città ferita. Musei, memorie urbane e patrimoni controversi
Coordinatori: Nicola Urbino (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli); Bella Takushinova (Università degli Studi di Bari); Nadiaclara Trigari (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli)
Email: nicola.urbino@unicampania.it; bella.takushinova@unicampania.it; nadiaclara.trigari@unicampania.it
Descrizione sessione
La sessione propone una riflessione sul museo come luogo in cui la città elabora, espone e discute le proprie memorie ferite. Inserendosi nel contesto delle riflessioni dedicate ai processi di narrazione e rappresentazione della città, questo spazio di confronto intende esplorare il ruolo dei musei nella loro complessità ed eterogeneità (civici, urbani, diffusi e di comunità) nella costruzione di racconti capaci di tenere insieme fratture, rimozioni e conflitti che attraversano il passato e il presente urbano. Le città conservano tracce materiali e simboliche di guerre e trasformazioni forzate, di esclusioni sociali e migrazioni, di demolizioni e processi di marginalizzazione, il cui peso influisce profondamente sulla narrazione urbana nel suo insieme. Tali tracce entrano nello spazio museale come documenti, oggetti, immagini, testimonianze, resti architettonici e repertori narrativi che chiedono di essere interpretati. È in questa complessa dicotomia che il museo diventa uno spazio di mediazione pubblica in cui memorie ufficiali, memorie minoritarie ed eredità problematiche vengono messe in relazione, discusse e talvolta ridefinite. Il punto non è produrre una sintesi pacificata, ma rendere leggibili le tensioni che hanno segnato la costruzione delle identità urbane e dei loro patrimoni. La sessione intende dunque accogliere contributi che analizzino il museo come dispositivo di racconto della città e come attore culturale coinvolto nei processi di patrimonializzazione, risemantizzazione dei luoghi e partecipazione civica. Sarà dedicata particolare attenzione ai casi in cui l’istituzione museale si confronta con patrimoni controversi, memorie traumatiche, quartieri stigmatizzati, eredità scomode, conflitti memoriali e pratiche di cura del passato affidate a linguaggi partecipativi, digitali o multimediali. Saranno pertinenti contributi relativi ai musei della città e ai musei civici, agli ecomusei e ai musei di comunità, alle pratiche curatoriali dedicate alla memoria urbana, alla rappresentazione museale di violenze e fratture della città, ai processi di patrimonializzazione contestata, al rapporto con monumenti, rovine e toponomastiche controverse, alla oral history e alle relazioni tra museo, spazio pubblico e cittadinanza. La sessione mira così a mettere a fuoco il museo come luogo in cui la città racconta le proprie ferite, ne negozia il significato e sperimenta forme di ricomposizione critica della memoria urbana.
4.20. Rappresentare la città ferita. Disegno critico, rilievo integrato avanzato e dispositivi interpretativi dello spazio urbano
Coordinatori: Giulia Pellegri (Università degli Studi di Genova); Noelia Galván Desvaux (Universidad de Valladolid)
Email: giulia.pellegri@unige.it; noelia.galvan@uva.es
Descrizione sessione
La sessione intende affrontare il tema della rappresentazione della città come dispositivo scientifico di conoscenza, interpretazione e comunicazione dei processi urbani. In particolare, si propone di concentrare l’attenzione sul ruolo del disegno critico, del rilievo integrato avanzato e dei sistemi di restituzione analitico-interpretativa nella lettura delle stratificazioni storiche, morfologiche, percettive e materiali dello spazio urbano. La proposta si fonda sull’ipotesi che la rappresentazione non costituisca un semplice esito descrittivo o illustrativo, ma un vero e proprio processo euristico, capace di rendere leggibili relazioni spaziali, permanenze, discontinuità, vulnerabilità, tracce, trasformazioni e conflitti sedimentati nella città. In tale prospettiva, il disegno assume valore critico non solo come strumento di documentazione, ma come metodo di selezione, astrazione, comparazione e interpretazione dei dati urbani.Fra i temi che saranno al centro della discussione:
• metodologie di rappresentazione critica della città storica e contemporanea;
• rilievo integrato avanzato, rilievo digitale, fotogrammetria, laser scanning, mobile mapping e modellazione 3D;
• rappresentazione delle stratificazioni urbane, delle permanenze e delle discontinuità;
• disegno analitico, interpretativo e comparativo applicato allo studio dello spazio urbano;
• sistemi cartografici, GIS, atlanti urbani, banche dati visuali e modelli informativi;
• rappresentazione delle tracce materiali, delle superfici, dei vuoti, dei margini e dei patrimoni vulnerabili;
• integrazione tra fonti storiche, dati metrici, dati percettivi e dispositivi visuali;
• visualizzazione scientifica, comunicazione del patrimonio e public engagement;
• casi studio nazionali e internazionali relativi a città stratificate, fragili o interessate da processi di trasformazione.
4.21. Conflitti a fumetti: spazi e architetture contese nelle graphic novel
Coordinatori: Fabio Colonnese (Sapienza Università di Roma); Manuela Piscitelli (Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli)
Email: fabio.colonnese@uniroma1.it; manuela.piscitelli@unicampania.it
Descrizione sessione
Partendo dall’osservazione che il cinema ha la capacità di catturare preziosi frammenti di vita quotidiana, mostrando il modo in cui gli spazi costruiti o naturali, pubblici o privati, vengono vissuti, l’intento della proposta è quello di evidenziare come architettura e cinema costituiscano dispositivi complementari di costruzione, interpretazione e narrazione dello spazio urbano. La prima arricchisce il significato narrativo degli spazi del racconto, il secondo contribuisce alla comprensione dell’architettura, alimentando la cultura del progetto con un ricco ventaglio di strumenti utili per indagare il deposito di memorie, rimozioni e ferite stratificate nella città, nonché i conflitti simbolici che attraversano la costruzione della sua identità.Assumendo come campo di studio esclusivamente il cinema di finzione, vale a dire opere narrative che utilizzano il linguaggio cinematografico per raccontare storie strutturate, i curatori della sessione intendono sottolineare come lo sguardo autoriale del regista cinematografico possieda la peculiare capacità di rivelare l’essenza più intima dei luoghi filmati, proponendo così un repertorio di immagini in movimento che può essere indagato dal ricercatore di storia dell’architettura e di storia urbana per comprendere meglio le qualità spaziali dell’architettura e le narrazioni, o le potenzialità narrative, da essa suggerite. In tale prospettiva, il cinema può essere interpretato come uno strumento capace di riportare alla luce tensioni sociali, memorie sommerse e processi di trasformazione urbana che le fonti documentarie tradizionali restituiscono soltanto in maniera parziale. I contributi della sessione metteranno in evidenza come le capacità poetiche, emotive e sensoriali del cinema di finzione arricchiscano la qualità della fonte che lo studioso di architettura può utilizzare, stimolando nuove prospettive di indagine. I movimenti di macchina, il montaggio narrativo, così come l’uso della luce e del suono, contribuiscono infatti a una più adeguata comprensione dell’intersezione tra spazio, forma e funzione architettonica. Proponendo sempre una lettura autoriale dei luoghi, il regista consente di comprendere come in essi si depositino stratificazioni di memoria e processi di risemantizzazione dello spazio urbano: il cinema è capace di portare alla luce ciò che superficialmente non è visibile, o non è ancora visibile, facendo emergere contenuti alternativi rispetto a quelli deducibili dalle fonti documentarie. L’esperienza cinematografica, dinamica e immersiva offre allo studioso una ricchezza di informazioni che, talvolta, la staticità delle immagini fotografiche o la precisione dei disegni architettonici non riescono a fornire. La proposta intende dunque affermare il ruolo del cinema di finzione non soltanto come testimonianza visiva del passato urbano, ma come vero e proprio dispositivo interpretativo capace di ridefinire metodologie e strumenti della ricerca storica.
4.22. Cinema e Architettura. Memorie urbane e rappresentazioni della città ferita nel cinema d’autore
Coordinatori: Lorenzo Mingardi (Università degli Studi di Firenze); Ilaria Cattabriga (Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)
Email: lorenzo.mingardi@unifi.it; ilaria.cattabriga3@unibo.it
Descrizione sessione
I terremoti costituiscono momenti di rottura capaci di ridefinire profondamente l’organizzazione materiale e simbolica della città. Alla distruzione del patrimonio edilizio e degli spazi della vita collettiva seguono processi di ricostruzione che non si limitano a riparare il danno subito, ma producono nuove configurazioni urbane, nuovi equilibri sociali e differenti interpretazioni del rapporto tra conservazione e innovazione. La sessione intende raccogliere contributi che esplorino il nesso tra evento sismico, trasformazione della forma urbana e pratiche di tutela del patrimonio attraverso casi studio italiani riferibili al XX e al XXI secolo. L’obiettivo è analizzare come le crisi abbiano agito come fattore di accelerazione di processi già in atto o come occasione per sperimentare nuovi modelli di pianificazione, strategie di restauro e approcci progettuali inediti. In particolare, la sessione mira a evidenziare come i terremoti abbiano generato momenti di riflessione critica sul rapporto tra sicurezza, conservazione del costruito e riconfigurazione della città, mostrando come le preesistenze possano assumere un ruolo attivo nei processi di ricostruzione e trasformazione, al di là di logiche di mera conservazione o di semplice sostituzione. Attraverso il confronto tra differenti esperienze, la sessione intende offrire uno spazio di discussione sulle pratiche che hanno orientato la ricostruzione post-sismica, facendo emergere le tensioni e le opportunità che si sviluppano tra memoria, progetto e trasformazione urbana. In questa prospettiva, le città colpite dal sisma si configurano come osservatori privilegiati per comprendere le modalità attraverso cui le società hanno interpretato il trauma, negoziato il rapporto con le proprie preesistenze e ridefinito le forme dell’abitare e dello spazio urbano.
4.23. Città giocabili: memorie urbane, patrimoni controversi e immaginari digitali tra videogiochi e culture online
Coordinatori: Giulia Conti (Università di Modena e Reggio Emilia); Enrico Barbetti (Universitas Mercatorum); Rossana M. Salerno (Università degli Studi di Palermo)
Email: giulia.conti@unimore.it; enrico.barbetti@unimercatorum.it; rossana.salerno@unipa.it
Descrizione sessione
Il panel propone di interrogare la città come spazio narrativo, esperienziale e conflittuale attraverso i videogiochi e le culture digitali che li circondano. Nei videogiochi, la città rappresenta un ambiente esplorabile, ma anche attante attivo e struttura narrativa, archivio di tracce e campo di tensioni identitarie e memoriali. Spazio di azione e performance. Strade, rovine, monumenti, quartieri abbandonati, mappe e paesaggi post-traumatici diventano forme attraverso cui il passato viene selezionato, riscritto, spettacolarizzato o criticamente reinterpretato. La proposta si colloca all’incrocio tra game studies, studi urbani, semiotica della cultura e heritage studies. A partire dalla centralità dello spazio nei videogiochi (Aarseth, 2001; Nitsche, 2008; Gazzard, 2013), il panel intende ambisce a riflettere su come gli ambienti videoludici costruiscano città immaginate, ricostruite o trasfigurate, producendo specifiche forme di relazione con memoria storica, trauma, patrimonio culturale e identità collettiva. I videogiochi risultano particolarmente rilevanti per studiare le rappresentazioni contemporanee del passato, poiché combinano visualità, navigazione, agency, regole e interpretazione partecipativa (Chapman, 2016; Salvati & Bullinger, 2013; Anderson, 2019). Il panel accoglie contributi su città storiche ricostruite in ambienti videoludici; rovine e paesaggi postbellici; rappresentazioni di guerre, migrazioni e catastrofi; patrimoni coloniali o controversi; città distopiche e post-apocalittiche; mondi open world come archivi di memoria culturale. Particolare attenzione sarà rivolta agli intrecci tra gioco e piattaforme digitali: forum, YouTube, Twitch, TikTok, Discord e wiki che, oltre a commentare i videogiochi, contribuiscono a produrre letture collettive della città giocata, trasformando l’esperienza individuale in pratica discorsiva e comunitaria. Attraverso casi, metodi e prospettive interdisciplinari, il panel contribuisce alla riflessione su come memorie divise, patrimoni contesi e traumi storici vengano tradotti in ambienti navigabili, immagini operative e narrazioni interattive, dove il passato è esplorato, manipolato, discusso e continuamente reimmaginato.
4.24. Cartografie radicali: potere, resistenza e riappropriazione degli spazi
Coordinatori: Anna-Paola Pola (CNR – Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale); Benedetta Di Donato (Sapienza Università di Roma)
Email: annapaola.pola@cnr.it; benedetta.didonato@uniroma1.it
Descrizione sessione
Negli ultimi due decenni, la diffusione dei sistemi informativi geografici (GIS), delle tecnologie GPS, del telerilevamento e di altri strumenti geomatici ha trasformato la produzione e l’uso delle mappe. L’accesso a vasti set di dati e la capacità di visualizzare le informazioni spaziali in tempo reale hanno alimentato la percezione che la cartografia contemporanea possa fornire rappresentazioni del mondo neutre ed esaustive. Tuttavia, come ha osservato Donna Haraway, ogni presunta oggettività è prodotta da una “conoscenza situata”, e le mappe non fanno eccezione. Traducendo relazioni sociali e spaziali complesse e mutevoli in rappresentazioni fisse e autoevidenti, le mappe legittimano particolari interpretazioni del territorio e delle narrazioni spaziali. In questo senso, la cartografia non è semplicemente uno strumento descrittivo, ma un potente strumento nella produzione e nell’esercizio del potere. In risposta a ciò, è emersa un’ampia gamma di approcci (raggruppati sotto i termini cartografia critica, countermapping, deep mapping, etnocartografia, cartografia sperimentale e cartografie decoloniali) per contestare l’autorità delle rappresentazioni spaziali istituzionali e affermare forme alternative di conoscenza territoriale, rivendicando il diritto di rappresentare il territorio. Situate all’incrocio tra ricerca scientifica, pratica artistica, indagine politica e azione collettiva, le cartografie radicali spesso sperimentano sia media digitali che quelli analogici. Accanto al GIS e alla visualizzazione dei dati, possono utilizzare il disegno, il collage, il ricamo, la narrazione, l’assemblaggio, la mappatura partecipativa e altre forme di espressione. Queste pratiche, tuttavia, sollevano anche una questione fondamentale: la mappatura può davvero sfidare i regimi spaziali dominanti, o l’atto di rendere visibile il territorio lo espone inevitabilmente a nuove forme di governance, sorveglianza, estrazione e controllo? Questa sessione raccoglie contributi che esplorino la cartografia come pratica critica e offrano una prospettiva inedita sulle possibilità e le insidie della creazione di mappe. Accogliamo con favore esempi e casi di studio provenienti da contesti urbani, rurali o ambientali che mettano in discussione il rapporto tra cartografia e potere, sia storico che attuale. Particolare attenzione sarà riservata alle pratiche di mappatura che esplorino la tensione tra resistenza e incorporazione, che rivelino geografie nascoste, contestino le narrazioni ufficiali, generino nuovi immaginari politici o resistano alle tecniche dominanti.
4.25. Digital Humanities per la storia urbana: nuove metodologie per narrare, rappresentare e interpretare la città
Coordinatori: Yichi Zhang (Chongqing Unversity); Qing Qin (Huazhong University of Science and Technology)
Email: yichizhangzyc@gmail.com; iamqinqing@outlook.com
Descrizione sessione
Il rapido sviluppo delle tecnologie digitali ha profondamente trasformato il campo della storia urbana, offrendo nuovi strumenti per indagare il modo in cui le città vengono narrate, rappresentate, ricordate e interpretate nel corso del tempo, in particolare in relazione ai conflitti, ai traumi, alla resilienza e alle memorie urbane contese. Le metodologie proprie delle digital humanities hanno introdotto approcci innovativi allo studio di testi, archivi, mappe, immagini e materiali spaziali tradizionalmente utilizzati nella ricerca storica, contribuendo al tempo stesso a ridefinire, sul piano epistemologico, il modo in cui vengono costruite le storie e le memorie urbane. Superando il tradizionale predominio della storia politica e istituzionale, l’applicazione dei GIS, dell’analisi spaziale e dei database georeferenziati ha riportato lo spazio al centro dell’indagine storica. Allo stesso tempo, il text mining, i database relazionali e la network analysis hanno reso possibili indagini su larga scala sui processi urbani, sui discorsi storici e sulla costruzione delle narrazioni urbane. Mappe storiche, fotografie aeree, catasti, dati sui valori immobiliari e archivi iconografici, combinati con il riconoscimento automatico delle immagini, il deep learning e le tecnologie di database, costituiscono oggi nuove forme di evidenza storica per analizzare il patrimonio conteso, le eredità spaziali di conflitti e catastrofi, la memoria urbana e le mutevoli rappresentazioni della città. Queste trasformazioni metodologiche richiedono tuttavia anche una riflessione critica. La storia urbana necessita davvero delle metodologie digitali? Fino a che punto questi strumenti producono interpretazioni storiche realmente nuove, anziché semplicemente nuove modalità di visualizzazione? Gli approcci digitali sono in grado di cogliere adeguatamente i significati contesi, le esperienze vissute e le dimensioni simboliche dei luoghi urbani, oppure algoritmi standardizzati e dati quantitativi rischiano di produrre forme di determinismo dei dati che finiscono per oscurare la complessità storica? Tali interrogativi assumono particolare rilevanza quando i metodi digitali vengono applicati a contesti urbani segnati da conflitti, crisi ambientali, migrazioni forzate, ricostruzioni o controversi processi di patrimonializzazione. La sessione intende esplorare il rapporto emergente tra digital humanities e storia urbana, esaminando tanto le potenzialità quanto i limiti delle metodologie digitali nello studio delle narrazioni urbane, delle rappresentazioni storiche e della memoria collettiva. L’obiettivo non è soltanto comprendere in che modo gli strumenti digitali stiano trasformando la scrittura e l’interpretazione della storia urbana, ma anche riflettere criticamente sul perché, sul come e a quali condizioni tali trasformazioni risultino realmente significative. Più in generale, la sessione si propone di discutere come i metodi delle digital humanities possano essere integrati proficuamente nella ricerca di storia urbana, senza ridurre la città a un mero oggetto computazionale. Temi della sessione (a titolo di esempio):
• Applicazioni del riconoscimento automatico delle immagini, del deep learning, dei GIS e delle tecnologie di database alla ricerca di storia urbana;
• Nuove forme di scoperta archivistica e di evidenza storica rese possibili dalle metodologie delle digital humanities;
• Analisi spaziale, cartografia e approcci basati sulle reti nello studio della storia urbana;
• Ricostruzioni e visualizzazioni digitali di ambienti urbani storici;
• Approcci digitali alla memoria urbana e ai conflitti, al patrimonio conteso e alle rappresentazioni storiche;
• GIS e analisi spaziale delle crisi urbane, degli spostamenti di popolazione, delle trasformazioni ambientali e dei processi di patrimonializzazione;
• Mappatura e interpretazione delle narrazioni urbane attraverso testi, immagini, mappe e archivi;
• Riflessioni critiche sulle metodologie delle digital humanities e loro limiti;
• Studi comparativi tra approcci digitali e non digitali alla storia urbana;
• Questioni di bias dei dati, interpretazione algoritmica ed epistemologia nella storia urbana;
• Il rapporto tra metodi digitali ed esperienza vissuta della città.
4.26. Le riviste di architettura tra storiografia e attualità [tavola rotonda]
Coordinatori: Marco Felicioni (SRSA/AISTARCH)
Email: redazione.srsa@gmail.com
Descrizione sessione
In che modo le riviste di storia dell’architettura hanno raccontato e raccontano le ferite delle città? Come si inseriscono nel processo di storicizzazione dei fenomeni e attraverso quali meccanismi contribuiscono al consolidamento della memoria? Può uno sguardo storiografico sul passato entrare attivamente nel dibattito pubblico del presente? Che conseguenze innescano la scelta di specifici temi monografici e le posizioni espresse all’interno di un editoriale? La proposta intende invitare e riunire attorno a una tavola rotonda i direttori, i redattori, i comitati scientifici e i lettori delle riviste di storia dell’architettura, in Italia e all’estero, con l’obiettivo di avviare un confronto strutturato sulle modalità con cui le pubblicazioni periodiche affrontano i temi posti dalla call del XIII Congresso AISU, con particolare attenzione al rapporto tra la lettura della storia urbana e il dibattito pubblico. Le riviste scientifiche rappresentano un osservatorio privilegiato sulla città, sulle sue trasformazioni e lacerazioni. La tavola rotonda sarà l’occasione per condividere buone pratiche e orientamenti; per raccontare come ciascuna redazione costruisca i propri strumenti di analisi e di comunicazione, selezionando temi di ricerca, interpretando le fratture del presente e contribuendo a una più ampia riflessione pubblica sullo spazio urbano e sul patrimonio architettonico. La tavola rotonda si propone di mettere a confronto linee editoriali differenti, metodologie di lavoro, criteri di valutazione e di selezione dei contributi e modalità di dialogo tra ricerca specialistica e divulgazione scientifica. L’incontro, promosso dalla redazione di Studi e ricerche di storia dell’architettura, intende valorizzare il ruolo delle riviste come luoghi di elaborazione critica e di costruzione di reti tra studiosi, cittadini e istituzioni culturali. L’obiettivo è favorire uno scambio di esperienze e di prospettive che consenta di individuare convergenze e differenze, rafforzando il contributo della storia dell’architettura al dibattito sulla città contemporanea.
Il XIII Congresso AISU (Genova, 7-10 settembre 2027) è organizzato da

